La collina silenziosa

silent_hillサイレントヒル. Un concept artistico, una prova narrativa che si dipana lungo un filo rosso sangue, mostrando come anche un “semplice” videogioco può essere vera opera d’arte, laddove creata non per soddisfare e mostrare tecnologia e tecnica, ma per raccontare una storia, far vivere dei personaggi, suscitare emozioni.

E l’interattività del media nativo scelto non fa che innalzare le potenzialità immersive e narrative di questo complesso testo oscuro, connettendo i nostri occhi/mani/mente al mondo di nebbie/sangue/buio raccolto in un disco ottico.

Ogni episodio di questa serie svela delle tessere, nel complesso mosaico storico/sociale di questa città delle ombre. Ogni narrazione segue regole rigide, in quanto la Silent hill dei protagonisti è un mondo che si dischiude per ragioni ben precise, gli avvenimenti che coinvolgono i personaggi principali accadono seguendo un determinismo di fondo che non lascia scampo, o alternative.

Curiosamente, tutti gli elementi ricorrenti che caratterizzano il concept, la città, il culto, la nebbia, le creature, il suono della sirena che preannuncia la trasformazione del reale, così come anche le splendide musiche di accompagnamento,  divengono in realtà contorno del ben più importante nucleo narrativo che si svolge attorno al protagonista, alla sua identità, motivazioni, passato, scelte, e che porta pian piano a scoprire il perchè di tutta questa sofferenza.

silent-hill-homecoming-cult-symbolDal primo Silent hill (1999) all’ultimo uscito, (2009), passando anche per il bel film di Gans,  ogni personaggio principale si scopre infatti non eroe di un’epopea survival-horror, ma inconsapevole carnefice di se stesso e dei propri cari, nella misura in cui ognuno dei protagonisti è a Silent hill per espiare una colpa commessa nella propria vita, qualcosa di connesso alla violenza, al sangue, alla morte, ma anche all’affetto, all’amore.

Eros e Thanatos, dunque, e, sopratutto, espiazione e catarsi. Questo è ciò che in realtà si cela fra le spire contorte di questo particolarissimo survival-horror-psicologico, questi sono gli elementi in mancanza dei quali Silent hill non sarebbe più l’opera che è.

Il resto, le creature, il senso di terrore e orrore, gli enigmi, si possono trovare anche in altre produzioni, ma solo qui è possibile sperimentare un profondo senso di auto-annientamento, disperazione, angoscia. Emozioni sempre motivate e supportate da scelte narrative all’altezza del caso, che non indugiano in effetti speciali e coup de teatre, ma che preferiscono l’ambiguità allo svelare, le ombre e la nebbia, alla luce diretta.

Esperienza totalizzante, da provare sulla propria pelle, col proprio cuore, per mettere alla prova non la propria abilità di giocatore (per questo provate Ninja Gaiden, Gran turismo, o ISS Pro), ma la propria umanità, che deve restare a galla, in questo denso mare nero di oscurità interiore.

Un maelstrom di dolore e infelicità, che culmina nella morte, nella disperazione.

Usciti da Silent hill, niente sarà più come prima, sia sullo schermo, sia nella realtà…

Beware, the fear of the blood tends to create fear for the flesh.

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