Strindberg – Inferno

Strindberg - InfernoLetto quasi per caso, anni fa, ma ancora ben impresso dentro me, come una ferita infetta, che non ne vuole sapere di guarire.

1897. Scritto di getto, come un denso fiotto di sangue, rappresenta un periodo di pesante, pericolosa deriva esistenziale dell’autore, nella vita artistica e personale.
Un’opera, quindi, sincera e autobiografica, sebbene ammantata da un alone di furia iconoclasta quasi incredibile, per la sua sferzante potenza.

Scarno e asciutto libretto quasi suicidal black metal, affilato come una lama di rasoio, e pieno di fervore paranoico, ossessivo, di matrice giudaico-cristiana, tradotto attraverso il genetico solipsismo scandinavo. L’idioma del dolore, l’insensata tribolazione di un’esistenza solitaria.
Violento, occulto, lugubre, come una sporca caverna, in cui ci si ritrova intrappolati, soli a confronto con se stessi.

Una grave suggestione ipnotica, votata all’auto-annientamento, attraverso percorsi mentali, pensieri, parole, in uno stato di precario equilibrio psichico.

Un muro di vetro di incomunicabilità e angoscia, interiore ed esteriore, col quale rapportarsi, cercando di non ferirsi, troppo in profondità.

Basta.
Possibilità di aggettivazione terminate.
Speranze di comprensione finite.

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