The Box – Takashi Miike

The Box - MiikeThe Box, mediometraggio che conclude la trilogia intitolata Three extremes, film collettivo del 2004 in cui Fruit Chan, Park Chan-wook e Takashi Miike tratteggiano la loro personale concezione di estremo, applicata alla narrazione cinematografica di medio periodo.

Takashi Miike, un regista su cui si può dire di tutto, tranne che le sue opere lascino indifferenti. La sua vasta cinematografia abbonda di episodi basati sull’estetica dell’eccesso, su un’iconografia traboccante di oggetti e soggetti, di materia, e, in ultima analisi, di uno sguardo profondo, disincantato, eppure a suo modo psichedelico, sull’ambigua e per certi versi contraddittoria società giapponese.

In questo caso però non sono l’eccesso, la sovraesposizione del sangue, del dolore, della violenza, a farla da padrone, ma un’estetica narrativa ben più soffusa e rarefatta, ricca di riferimenti metatestuali e simbologie interne.

The Box, dunque, storia delicata, complessa e poetica, fatta di silenzi, elisioni di senso, offuscamento e mescita di realtà e sogno. Narrazione lieve e ondivaga sul rapporto fra le sorelle gemelle Kyoko e Shoko, un rapporto che è fatto di amore, tenerezza, ma anche gelosia e invidia, e inevitabile senso di colpa. Quest’ultimo forse il concetto chiave che guida il mondo onirico dell’adulta Kyoko, scrittrice silenziosa e ambigua, alle prese con una distorsione della realtà che comporta presenze fantasmatiche, sovrapposizione di volti e identità (Higata/Yoshii) quasi lynchiane.

The Box - KyokoIl tema del sogno ricorrente che si interrompe bruscamente, uguale a se stesso, come un vivido ricordo del passato che si trasforma in esperienza onirica, è utilizzato dal regista come strumento per scavare a fondo nell’interiorità della protagonista, portandone alla luce emozioni e ossessioni, e lasciando allo spettatore una sensazione di disorientamento e di vuoto, rappresentato sullo schermo dallo spettrale circo abbandonato nella neve.

Nei suoi 38 minuti di durata The Box riesce a creare una tensione narrativa e un pathos emozionale intensi, che si risolvono in un finale ambiguo e dalle varie interpretazioni possibili, che lascia inalterate le ipotesi e i vari livelli narrativi tratteggiati lungo il suo percorso, anche attraverso l’uso simbolico delle cromie: la realtà (Kyoko come scrittrice adulta, vestita di blu), la memoria (Kyoko e Shoko bambine, nel circo dipinto di rosso), il sogno (Kyoko nell’oscurità della scatola).

Grandissima short-story, difficilmente catalogabile, come sempre, con Miike.The box

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