Valhalla Rising

Valhalla-RisingValhalla Rising, pellicola diretta un paio d’anni fa da Nicolas Winding Refn (rivisto quest’anno a Cannes con l’ottimo Drive), è uno di quei film che non ti aspetti. Metafisico e simbolico, sembra la perfetta traduzione in chiave cinematografica della musica degli Enslaved, viking black metal dalla ampie derive prog, esattamente come il film in questione.

La trama, molto semplicemente, narra di uno schiavo guercio, tenuto prigioniero nelle Highlands scozzesi da un feroce clan pagano (siamo nell’anno 1000 d.C.), che lo obbliga a combattere per denaro, mettendo così in luce la sua straordinaria abilità e forza. La sua cruenta fuga e il successivo incontro con un gruppo di vichinghi cristiani in partenza per al Terra Santa, sono il preambolo di un macabro viaggio allegorico, al termine del quale il guerriero silenzioso troverà se stesso.

One Eye non dice una parola durante tutto il film (circa 120 le linee di dialogo totali), ma del resto le parole nemmeno servono a descrivere e sviluppare il personaggio interpretato da Mads Mikkelsen. A parlare sono sopratutto gli aspri paesaggi naturali (ottima la fotografia di Morten Søborg), le luci e le ombre catturate dalla macchina da presa (la Red One Camera utilizzata anche in Antichrist di Von Trier), che oggettiva, con stile ieratico e a suo modo monumentale, una parabola fortemente simbolica e densa di significati filosofico-religiosi.

valhalla-rising-2009-01Centrale è infatti la dicotomia fra mondo pagano e mondo cristiano, così come è anche palese l’incarnazione delle caratteristiche fisiche e psicologiche dell’Odino norreno nel protagonista. La suddivisione in capitoli aiuta ulteriormente lo spettatore eventualmente sperduto: Wrath, la collera dell’uomo in catene,  che si trasforma quindi in un Silent Warrior, per poi unirsi ai fanatici cristiani (Men of God). Il viaggio verso la Terra Santa (The Holy Land) si rivela un fallimento, disorientati dalla nebbia e dalla bonaccia, i vichinghi si perdono in alto mare, giungendo in un luogo ostile e sconosciuto (l’America?), che sarà il loro livido inferno (Hell). In questo vero e proprio cuore di tenebra di conradiana memoria, la muta contemplazione della realtà, con le sue visioni mistiche, porta One Eye a una comprensione che semplicemente sfugge ai rozzi fanatici cristiani, abbandonati alla violenza e al delirio mistico. Trucidati dagli indigeni (la vendetta del primitivismo pagano) e dagli elementi naturali, muoiono uno dopo l’altro, anticipando la fine scelta da  One Eye, che, accerchiato, decide di sacrificarsi per salvare il ragazzino che da sempre lo accompagna (Sacrifice).


Il film di Refn trasuda una densità tematica vicina, per certi versi, al  Tarkovskij di Stalker, a Herzog, a Von Trier, ma non esplicita compiutamente i vari rimandi culturali, religiosi, piscologici che contiene, preferendo lasciare l’atto interpretativo nelle mani dello spettatore, introdotto in un cupo, drammatico viaggio nello spazio interiore, un vero e proprio enigma, da risolvere facendo ricorso, anche con disperata violenza (proprio come One Eye), a tutte le risorse che dispone.

Una storia che fotografa in modo profondo e non scontato l’etica e la visione del mondo pagano-odinista, riuscendo con poco ad arrivare assai lontano, nell’invisibile percorso alchemico esperienziale di autocoscienza, la vera ascesa al Valhalla.

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