Hugo Cabret

Che magia! Hugo Cabret, l’ultimo film di Martin Scorsese, è un contenitore fantastico, un concentrato di meraviglie ed emozioni. Tratto dal romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, di Brian Selznick, è in corsa per i Premi Oscar 2012 con ben 11 nomination. Citando le parole dello stesso regista: “Hugo è una lettera d’amore al cinema. In esso si intrecciano immaginazione, sogni e magie, attraverso la storia e la riabilitazione di Georges Méliès, il secondo pioniere del cinema, dopo i fratelli Lumière”.

Ecco qui svelata, in buona sostanza, la trama della pellicola, che ruota attorno al piccolo orfano parigino Hugo, seguendolo in una serie di rocamboleschi eventi, sullo sfondo di una Parigi anni ’30 molto steam-punk (la bellissima stazione ferroviaria di Montparnasse), catturata con tutto il fascino possibile dalla fotografia di Robert Richardson e dalle scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo.

Un film sulle origini del cinema, o meglio, sul cinema delle origini, questo il vero meta-protagonista, per il quale Scorsese assolutamente non nasconde il proprio amore (“Il film è ricco di citazioni cinematografiche, anche con la scena riprodotta da Hugo e che riporta il grande attore del cinema muto Harold Lloyd appeso alle lancette dell’orologio”, ma anche l’incidente ferroviario della stazione di Parigi Montparnasse, avvenuto nel 1895).

Scorsese ha scelto la strada di una vera e propria mimesi della cinematografia di Méliès, facendo propri i canoni estetici ed epistemologici del regista/artigiano/illusionista francese, aggiornandoli debitamente ai gioni nostri. E proprio come Méliès fu all’avanguardia, nella produzione di pellicole di fantascienza, piene di effetti speciali, e talvolta pure a colori, così Scorsese porta al massimo le possibilità espressive e comunicative della tecnologia 3D, attraverso riprese intelligentemente strutturate, che utilizzano il gioco prospettico e la profondità in un modo che, non a caso, è figlio diretto dell’arrivo di un treno nella stazione (F.lli Lumière, 1896).

Una pellicola molto colta, ma che utilizza questo vastissimo retroterra culturale per regalare alla narrazione una pluralità di livelli interpretativi e di temi, brillantemente ricondotti a un comune denominatore grazie ad una sceneggiatura dotata del giusto dinamismo.
A livello attoriale il cast poggia sulle ottime interpretazioni del piccolo Asa Butterfield (dall’impressionante mimica oculare e fisicità) e di Chloë Moretz, già vista di recente in Blood Inside. L’impegnativo ruolo di Méliès è sostenuto da Ben Kingsley, che riesce a veicolare quel senso di scoramento e abbandono di una senescenza che è oblio di se stessi, fino al riscatto/catarsi finale, a opera del piccolo Hugo. Brillante anche la macchietta di Sacha Baron Cohen, improbabile ispettore ferroviario Borat-style, che rappresenta il necessario lato easy e comico di un film per certi versi molto drammatico e tragico. Da segnalare anche le parti minori di Jude Law, Christpher Lee e Emily Mortimer.

Scorsese riesce quindi in pieno a conciliare le esigenze di una fruizione “di massa”, a un profilo più “cinefilo”, per così dire, costruendo un magic box che è in sostanza una vera e propria dichiarazione d’amore per l’essenza della settima arte, così come è stata intesa al momento del suo concepimento.
Ed è subito capolavoro.

Hugo

Durata 127 minuti
Regia Martin Scorsese
Soggetto Brian Selznick
Produttore Martin Scorsese, Johnny Depp, Tim Headington, Graham King
Fotografia Robert Richardson
Effetti speciali Simon Cockren
Musiche Howard Shore
Scenografia Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo
Costumi Sandy Powell, Fola Solanke
Interpreti e personaggi
Asa Butterfield: Hugo Cabret
Chloë Moretz: Isabelle
Ben Kingsley: Georges Méliès
Sacha Baron Cohen: Ispettore Gustav
Jude Law: Papà di Hugo
Christopher Lee: Monsieur Labisse
Helen McCrory: Mama Jeanne
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