Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibilmente vicino” (Extremely loud and incredibly close), adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer (di cui è quasi superfluo ricordare il capolavoro “Ogni cosa è illuminata”), segna un’altra positiva prova registica per  Stephen Daldry, che, dopo “Billy Elliott”, “The Hours” e “The Reader” si conferma autore interessato a storie (letterarie) intense e ricche di significato, e per tali ragioni altrettanto poco scontate da trasporre su pellicola.

In questo caso specifico il risultato finale era doppiamente imprevedibile, a causa delle caratteristiche intrinseche della scrittura di Foer, estremamente ricca di simboli, elementi autobiografici e una fioritura di temi e meta-narrazioni complessi da tradurre in film, ma anche per la cornice narrativa che fa da sfondo/protagonista incorporeo: l’11 settembre 2001.

Dopo “Fahrenheit 9/11″, “Remember Me” e “World Trade Center” il cinema americano torna a confrontarsi con quella che è stata la più grave tragedia interna della sua storia recente, ma in questo caso lo fa, complice la penna di Foer e la macchina da presa di Daldry, illuminandone i drammatici risvolti privati e personali. Questa è la storia del piccolo Oskar Schell (interpretato da un eccezionale Thomas Horn), bambino nato in un’agiata famiglia di origine ebraica, le cui grandi difficoltà comunicative e idiosincrasie comportamentali (sospetta sindrome di Asperger, come rivela lui stesso) sono combattute a forza di giochi d’intelligenza e stimoli a scoprire il mondo (le spedizioni esplorative, così simili alla “molto rigida ricerca” di Alex e Jonfen), da un padre accorto e affettuoso (Tom Hanks).

La sua morte nell’attentato al WTC è il motore degli eventi narrati, che, facendo leva su elementi molto affascinanti (i suoi ultimi messaggi sulla segreteria telefonica, una chiave misteriosa ritrovata in un vaso, i 472 Mr. e Mrs. Black che abitano a New York), spingono il timido Oskar alla ricerca degli ultimi frammenti di vita del padre, per allungare e approfondire il suo rapporto con lui (i suoi 8 minuti…).

Per forza di cose rispetto al romanzo di Jonathan Safran Foer si nota una consistente contrazione del livello di profondità tematica, con alcuni episodi, anche piuttosto significativi (soprattutto riguardo la storia del nonno, un sempre valido Max von Sydow), sacrificati quasi in toto in favore del dinamismo e della sintesi filmica, nonché l’introduzione di un finale lineare, concepito per essere il più possibile funzionale alla soluzione del pathos creato nella sala cinematografica, luogo ed esperienza ovviamente molto differente dalla lettura cartacea.

Ciò che resta è soprattutto, ma non solo, uno sguardo che si concentra sul piccolo Oskar, con un utilizzo estensivo del primo e primissimo piano, che, in raccordo con la voce narrante del piccolo, permettono di calarsi nei pensieri e nelle sensazioni del protagonista in maniera efficace e piuttosto simile, per entità e intensità, a quanto accade nelle pagine originarie del racconto.

La sceneggiatura di Eric Roth (non a caso lo stesso di “Forrest Gump“, “Insider”, “The Good Sheperd”) è dunque un ottimo viatico all’efficacia complessiva della pellicola di Daldry, che può giovarsi dei bellissimi paesaggi della Grande Mela (Central Park, Coney Island, Wall Street), visti ad altezza bambino, nonché di un cast di supporto (Sandra Bullock, John Goodman, Viola Davis) in grado di fare da degno completamento e contraltare alla brillante performance del protagonista.

Molto forte, incredibilmente vicino è certamente un film sul lutto e sulla difficoltà di elaborarlo e superarlo, ma è anche e soprattutto un affresco sull’infanzia, sulle dinamiche famigliari e, più in generale, sulle differenze/similitudini fra le varie stagioni della vita, che va interpretata/compresa/vissuta, cercando a volte la chiave, a volte la serratura giusta, per dischiudere  l’enigma che noi tutti siamo per noi stessi.

 Regia  Stephen Daldry
 Soggetto  Jonathan Safran Foer
 Sceneggiatura  Eric Roth
 Fotografia  Chris Menges
 Montaggio  Claire Simpson
 Musiche  Alexandre Desplat
 Scenografia  K.K. Barrett
 Costumi  Ann Roth


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