From the depths #1: Epistasis

Epistasis - Light Through Dead GlassInauguro questa nuova rubrica/sezione/categoria parlando di una band che mi è capitata fra le mani per puro caso, attraverso quegli insondabili e apparentemente casuali percorsi di navigazione web che, al contrario, hanno sempre un senso e una meta. Si chiamano Epistasis, quartetto americano devoto alla frangia più sperimentale e ibrida del (black) metal, qui declinato in modi e maniere non dissimili da gente quale Virus, Portal, Castevet, Pyrrhon, ma anche vecchi King Crimson, Béla Bartók, Arvo Pärt e György Ligeti. Il debutto ufficiale, “Light Through Dead Glass”, è uscito il primo aprile, per i tipi di Crucial Blast, e sta riscuotendo un po’ ovunque meritatissimi consensi.

Per quanto oggettivamente obliqua e non ortodossa, la proposta degli Epistasis è infatti capace di sintetizzare il feeling e il groove primitivo e iconoclasta di certo black delle origini, con fascinazioni jazz e chamber di tutto rispetto. Ascoltare brani come l’opener “Time’s Vomiting Mouth” è come essere scaraventati in una pellicola di Tsukamoto, un disturbante labirinto di tensione emotiva, disordine mentale e squarci di improvvisa, dissonante bellezza.

La violenza degli Epistasis, guidati dalla voce e tromba di Amy Mills, non è mai fine a se stessa, ma sempre funzionale al raggiungimento di un determinato pathos emotivo, come dimostrano le cavalcate di “Candelaria”, ma anche i rallentamenti sludge di “Gown of yellow stars”. Qualunque sia il vostro personale concetto di estremo e/o di sperimentazione applicata al metal, dategli un ascolto…

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