Anathema – Distant Satellites

Anathema - Distant SatellitesHo ormai assunto come (positivo) dato di fatto che gli Anathema siano davvero una delle poche, vere band generazionali che mi sia stato concesso incontrare, in questo particolare periodo storico-cultural-musicale. Rarissimi sono infatti i casi di gruppi con cui si ha l’opportunità e la fortuna di crescere, stabilendo un legame duraturo, nonostante tutti i cambiamenti che le reciproche evoluzioni comportano.

Scoperti nel 1998 con lo splendido “Alternative 4” (che per certi versi considero ancora il loro capolavoro) e da quel momento mai più abbandonati, i ragazzi di Liverpool hanno contraddistinto musicalmente molte delle mie esperienze, colorato di suoni molti ricordi, amplificato di melodie infiniti pensieri, motivi per cui mi risulta sempre difficile essere abbastanza neutrale e obiettivo, nei confronti dei loro lavori.

Anathema discographyA fronte di una discografia nutrita ed eterogenea, anche se oggettivamente non del tutto perfetta, ma con la costanza del cambiamento in virtù della naturale maturazione umana e artistica, il nuovo “Distant Satellites” pare essere una sorta di nuovo “A natural disaster” (2003, e ancora molto amato, anche da un certo Danny), nel suo presentarsi come particolare mescolanza di brani estremamente intensi e diretti, sotto il punto di vista sonoro e lirico, e composizioni più rarefatte, altamente se non del tutto strumentali, e dal chiaro intento atmosferico.

Non che gli ultimi album non avessero già abituato a tali commistioni (cfr. “Weather Systems”, che anzi ricalca la medesima struttura in scaletta), ma un’accoppiata come “You’re Not Alone” e “Firelight”, nel suo accumulo/rilascio di tensione, ritmi e volumi, presenta una volontà quasi extradiegetica, nel suo astrarsi dalla consueta forma-canzone rock, verso lidi affini a certo ambient cameristico.

Detto della parte più sperimentale dell’album (che include a pieno titolo anche la finale “Take Shelter”), “Distant Satellites” mantiene saldo il timone sulla rotta sonora tracciata dagli Anathema dell’ultimo lustro, come ben esemplificato dal valido trittico “The Lost Song”, “Ariel” e “Anathema” (inaspettata canzone-monicker, spesso tipica degli esordi, qui apparsa in piena maturità), che ricalcano strutture e tematiche certamente familiari e collaudate, senza per questo risultare fruste o ritrite. Merito soprattutto della cura certosina negli arrangiamenti e nella stratificazione sonora, ricca e mutevole, che si associa alla perfezione con la consueta impeccabile interpretazione dei sei inglesi.

Anathema img

A livello prettamente compositivo una delle peculiarità salienti dell’album inteso come unità è sicuramente il suo essere costruito intorno alla voce e non agli strumenti, utilizzati sopratutto per la loro valenza ritmica, che presenta un proliferare di tempi e beat vivaci, nervosi, urbani, e comunque spesso predominanti sulla pura componente melodica, quasi a voler dare sostanza a una certa impalpabile inquietudine interiore, quale necessaria alternanza al lungo periodo di calma e serenità suscitato dai due precedenti platter, quantomeno.

Forse meno immediato e sicuramente meno diretto dei suoi assai più solari predecessori, ciò non di meno “Distant Satellites” conferma tutte le certezze avallate dagli Anathema nella loro recente discografia, prima fra le quali la necessità fondante di cesellare e approfondire sempre più accuratamente i contorni di quelle attitudini estetiche e concettuali che insieme concorrono a formare il nucleo indivisibile dell’identità artistica del sestetto di Liverpool, ora più che mai solido e stabile, nel suo cammino esperienziale, fra sogni e realtà, concretezze materiali e liberi voli del pensiero, tanto da potersi concedere qualsivoglia sfumatura atmosferica, gradazione cromatica ed emozionale, senza paura di perdere il filo rosso della propria intima essenza, che percorre la dorsale della loro storia, delicata declinazione di ogni fragilità umana, e altrettanto preziosa alla vita.

 

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