From the depths #26: Snakefeast

Snakefeast > The Pythoness Era da tanto, troppo tempo, che non mi capitava di ascoltare un disco sludge che davvero soddisfacesse il mio appetito di incroci stilistici nati nel fango, votati dunque alla totale impurità e promiscuità sonora. Fortunatamente ci pensano gli americani Snakefeast, con un entusiasmante blackened sludge/jazz dall’impressionante peso specifico.

“The Pythoness”, debutto sulla lunga distanza del quartetto del Maryland, raccoglie suggestioni sonore che vanno dai Primus a John Zorn, dai Tool ai Crowbar, rendendo dunque evidente la loro più grande particolarità: grandi e incessanti tessiture ritmiche condotte dall’impetuoso basso di Carson Korman, che, assieme al sax di Aran Keating, è anche il solo responsabile della controparte melodica al rauco raspare microfonico di Phil Doccolo. Dunque nemmeno l’ombra di chitarre, ma non se ne avverte minimamente la mancanza.

Sin dalle prime note dell’opener “Blight” è chiaro che non siamo di fronte a una band come tante, quanto piuttosto a dei selvaggi espressionisti del metallo, il cui obiettivo primario è spaccare, che si tratti di black, sludge o free-jazz.

Si respira libertà, nei pur oscuri microsolchi di “The Pythoness“, ben tradotta in varietà di ritmi e strutture (“Sequel“), sempre piuttosto semplici, ma non per questo meno avvincenti (“Quarry“).

Tutto considerato gli Snakefeast dipingono un variegato affresco di atmosfere e sensazioni, materico e tangibile, proprio come le pastose basse frequenze che risuonano direttamente nel petto, richiamando a un ascolto quanto mai partecipe e fisico della loro musica.

Snakefeast photo

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