Arcanus times #10 : Nevermore

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Eravamo agli sgoccioli del secolo scorso, anni che per me coincisero con vari, indispensabili riti di passaggio personali, ma anche artistico-culturali. Fra questi di primaria importanza il progressivo ampliarsi e approfondirsi delle conoscenze e preferenze musicali, che nell’anno 1999 poterono veramente segnare vari momenti memorabili, fra cui oggi mi piace ricordare quel “Dreaming Neon Black”, terzo album dei Nevermore, che così tanto riuscì a colpirmi.

Malgrado l’apparente convenzionalità e linearità emotiva del genere in questione (in qualche modo erede del vecchio bay-area thrash) i Nevermore riuscirono a costruire un concept dark assolumente moderno e credibile, facendo leva non tanto su elementi sci-fi (Voivod) o complottistici (Megadeth), ma sulla storia personale di un uomo, che deve affrontare la scomparsa della sua compagna, e tutte le conseguenze che ciò ha portato. Pare che l’intera vicenda si basi su fatti realmente accaduti al cantante Warrel Dane, la cui fidanzata fu coinvolta in una misteriosa setta religiosa, successivamente scomparsa e presumibilmente morta.

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Al netto delle informazioni poco importa se e quanto questa versione corrisponda al vero, perché il contenuto dell’album si erge comunque sulle proprie gambe, attraverso intensità e ispirazioni davvero non comuni, che a mio fanno di “Dreaming Neon Black” uno dei 10 album più importanti del metal americano del secolo scorso.

Triste, malato e disorientante come solo un buon Silent Hill potrebbe essere (non a caso è possibile rintracciare molte similitudini con SH2), il disco vive di una dinamica alternanza di pieni e vuoti, momenti di granitico impatto frontale (“Beyond Within”, “Poison Godmachine”) e sezioni introspettive e atmosferiche (“Deconstruction”, “Cenotaph”). Fondamentali in questo le chitarre del duo Loomis/Calvert (rispettivamente ex-Sanctuary ed ex-Forbidden), ma sopratutto l’interpretazione vocale di un Dane mai così ispirato e credibile, come se davvero enunciare queste lyrics valesse come terapia del proprio dolore interiore.

Ricordo ancora un’entusiastica recensione di Luca Signorelli (cfr. “Heavy metal: I moderni”, Giunti, 2000, p. 84), che descrisse l’album come il nuovo “Master of Puppets”, promuovendo decisamente a ragione una band all’epoca non molto conosciuta, in terra italica.

L’anno successivo fu poi la volta di “Dead Heart in a Dead World”, apice di notorietà e forse di accessibiltà nel song-writing, ma non altrettanto intenso e drammatico. Col passare del tempo il mio interesse nei Nevermore è andato scemando, e a parte qualche traccia non saprei dire molto degli ultimi due loro dischi. Mi fermo con piacere al killer-riff di “Seed Awakening” (2003), ma sopratutto torno spesso e con malinconico piacere agli scuri microsolchi di quel capolavoro catartico che ancora è “Dreaming Neon Black”.

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