Bachi da Pietra – Necroide

Bachi Da Pietra - Necroide

«Cento anni sono gli stessi che separano il nostro presente da quello di un tale Giovanni Papini, che nel 1914 scalpitava per avere la guerra. Molta bravagente occidentale oggi la pensa uguale. Quel tale fu esaudito. Però a Papini la guerra vista di persona non piacque: era meglio su Facebook. Ne vide una seconda e non gli piacque manco quella e buon per lui scampò ad entrambe. Se questa è una festa, ecco il nostro allegro tanti auguri al momento della torta: AMIAMO LA GUERRA. Un inno Black Metal.»

Che i Bachi da Pietra non fossero un gruppo facilmente catalogabile e/o prevedibile è cosa nota, ma questa loro ultima metamorfosi “Necroide” (La Tempesta Dischi) è forse la più sorprendente, nel suo cucire assieme fangoso blues primitivo e clangori metallici di natura estrema, solidificandosi in un sound grezzo, greve e scabro, come una frana di affilate pietre laviche, ossidiana, e tutto ciò che di nero e duro c’è sotto il suolo (cfr. «[…] scava la più negra e metallica vena mannara» – dal brano “Habemus Baco”, dall’omonimo Ep).

Parafrasi concettuale ed insieme omaggio agli ascolti del proprio passato, “Necroide” è per Succi e Dorella circolarità antologica di simboli e suoni di ottantiana (ma non solo) memoria, opportunamente palesata in riferimenti a vari padri fondativi del genere, i quali sono nel frattempo davvero divenuti folk, nel senso di tradizionali e seminali, come ben espresso dalla notevole opener “Black Metal il mio folk”, manifesto dell’album e del crepuscolo della nostra intera società.

«Per noi ultra quarantenni vecchi e marci di oggi – dichiarano i Bachi – quei primi anni Ottanta erano i bei tempi, e prima o poi, all’approssimarsi della fine, si torna alle origini, mischiando tutto insieme. Così nasce Necroide. La scommessa con un piede nella fossa di chi non ha niente da perdere.»

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Fra sperimentazioni sonore più o meno spinte (“Slayer & The Family Stone”, “Apocalinsect”) e brani da cui emerge lo spirito più intimista e cantautorale della band (“Virus del male”, “Sepolta Viva”), l’album offre un vasto spettro di suoni e atmosfere, indispensabili ad abbracciare il complesso scenario di ricordi, racconti e istinti che danno vita (e morte) al profondo corpus lirico.

Registrato e mixato da Giulio Ragno Favero, “Necroide” è un insetto saprofago e tossico, ma solo in apparenza alieno al resto della produzione dei Bachi, perché queste influenze, questi stessi impulsi, concettuali e musicali, sono parte integrante e fondante del duo, infatti “to have the blue devils” (espressione da cui ha preso nome il blues), significa sofferenza, tristezza e malinconia, stati d’animo assolutamente propri del black e del metal più duro ed estremo, al netto delle componenti diaboliche, più o meno seriose, che qui Succi e Dorella interpretano con la giusta (auto)ironia del caso (“Voodooviking”).

bachi advDel resto anche lo stesso blues è celebre per i suoi supposti rapporti col diavolo (cfr: «devo correre, il blues viene giù come grandine. La luce del giorno continua a tormentarmi… c’è un segugio infernale sulle mie tracce». Il patto col diavolo del leggendario Robert Johnson), ad ulteriore conferma del comune sentire, oscuro e torbido, di queste due complesse espressioni artistiche, troppo spesso liquidate con eccessiva semplicità.

Strane vie percorrono il sottosuolo, e una volta dentro non è facile capire dove conducano, se nel passato, al principio della propria storia, o in un futuro di cupa perdizione… in ogni caso i Bachi da Pietra sono un’ottima guida e compagnia, su questo oscuro sentiero comune che chiamiamo vita.

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