Arcanus times #14: Fleurety

Fleurety > Min tid skal kommeMin tid skal komme”: la mia ora arriverà… In realtà per i Fleurety non è mai giunto il momento, almeno in termini di notorietà artistica. Ed è davvero un peccato, perché il duo norvegese dovrebbe stare nel gotha dell’avantgarde black, al pari di altri nomi, assai più celebri e celebrati, come Ved Buens Ende, Dødheimsgard e Solefald.

Pensare poi che questo loro disco è del lontano 1995 fa comprendere ancor di più quanto Hatlevik e Nordgaren fossero avanti… a conti fatti forse troppo. In effetti è banale constatare come, talvolta, il discriminante fra successo e anonimato sta solo in coincidenze del tutto fortuite, della serie salire sul treno giusto, quello che passa, se va bene, solo una volta, nella vita.

Beh, i Fleurety quel treno l’hanno sicuramente perso, ma non per pigrizia o imperizia, quanto piuttosto perché già autonomamente in cammino, sulla strada della sperimentazione e della commistione stilistica.

Questo percorso di ricerca personale emerge ancor più chiaramente nell’edizione enhanced del 2002 di “Min tid skal komme”, in cui l’aggiunta delle tre seminali tracce di “A Darker Shade of Evil” (1993) ben raccontano la genesi del processo di deriva dai dettami black scandinavi.

Fleurety photoEcco quindi le caratteristiche base che sottendono il sound policromo, eclettico ed eccentrico di “En Skikkelse I Horisonten” o “Englers Piler Har Ingen Brodd”, futuristici esempi di strutture ai limiti dell’ambient-jazz, applicato all’iconografia black (“My Resurrection in Darkest Hate”).

Il risultato, sopratutto a posteriori, è quanto di più lucido e valido abbia mai concepito l’avanguardia norvegese, prima di (dis)perdersi in una costellazione di (legittimi) personalismi, più o meno riusciti e/o fondamentali.

Successivamente anche gli stessi Fleurety hanno provato a dare corso a questo capolavoro di estrosa creatività, con risultati assai meno memorabili (“Department of Apocalyptic Affairs”, 2000, e in ultimo l’Ep “Et Spiritus Meus Semper Sub Sanguinantibus Stellis Habitabit”, 2013), vuoi per la maturazione dei tempi storici, che hanno reso immediatamente meno singolare il medesimo impasto sonoro, vuoi per il venir meno del proverbiale effetto sorpresa.

Min tid skal komme” resta comunque, a ormai due decadi di distanza, una delle poche vette avantgarde black di genuina e inalterata bellezza. Fleurety: una band assolutamente da (ri)scoprire!

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