Il senso della vita secondo Hunter S. Thompson

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Dare consigli a un uomo che chiede cosa fare della sua vita implica qualcosa di molto vicino all’assoluto egocentrismo. La presunzione di poter indicare ad un uomo l’esatto obiettivo finale, puntare con un dito tremante nella giusta direzione è qualcosa che solo un pazzo si prenderebbe come responsabilità.

“Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare”.

E in effetti, questo è il problema: se galleggiare con la marea, o nuotare per un obiettivo. Si tratta di una scelta che tutti noi dobbiamo fare, consciamente o inconsciamente, almeno una volta nella nostra vita. Purtroppo poche persone se ne rendono conto! Chiaramente qualsiasi decisione ognuno abbia mai fatto ha poi avuto un impatto sul proprio futuro: posso sbagliarmi, certo,  ma non vedo come avrebbe potuto essere, se non tra due scelte: galleggiare o nuotare.

La risposta – e, in un certo senso, la tragedia della vita – è che noi cerchiamo di capire l’obiettivo e non l’uomo. Abbiamo creato un obiettivo che richiede da noi certe cose: e facciamo queste cose. Ci adattiamo alle esigenze di un concetto che non può essere sempre valido. Quando si era giovani, diciamo ad esempio che si voleva fare il pompiere. Mi sento ragionevolmente sicuro nel dire che non si desidera più essere un pompiere. Perché? Perché il tuo punto di vista è cambiato. Non è il pompiere che è cambiato, ma tu.

Ogni uomo è la somma totale delle sue esperienze. Con esperienze diverse e molteplici, si diventa un uomo diverso, e quindi le prospettive cambiano. Giorno dopo giorno. Ogni reazione è un processo di apprendimento, ogni esperienza significativa altera il tuo punto di vista. Così sembrerebbe sciocco, inadeguato, associare la nostra vita alle esigenze di un obiettivo che appare diverso a ogni angolo? Come potremmo mai sperare di realizzare qualcosa di diverso dal galleggiare? La risposta, quindi, è che non si devono fare i conti con tutti gli obiettivi.

HSTbwCi vorrebbero risme di carta per sviluppare meglio questo tema. Dio solo sa quanti libri sono stati scritti su “il significato dell’uomo” e Dio solo sa quante persone hanno riflettuto davvero su questo. (Uso il termine “Dio solo sa” puramente come espressione). C’è molto poco senso nel mio tentativo di fornire una risposta significativa, perché io sono il primo ad ammettere la mia assoluta mancanza di qualifiche per indicare il significato della vita in uno o due paragrafi. Ma non fraintendetemi. Non voglio dire che non possiamo essere pompieri, banchieri, o medici, ma che dobbiamo rendere l’obiettivo conforme all’individuo, piuttosto che rendere l’individuo conforme alla meta. In ogni uomo, l’ereditarietà e l’ambiente sono combinati per produrre una creatura di determinate abilità e desideri, tra cui un bisogno profondamente radicato di funzionare in modo tale che la propria vita diventi significativa. Un uomo deve essere qualcosa, deve essere importante.

Per come la vedo io, allora, la formula funziona più o meno così: un uomo deve scegliere un percorso che permetterà alle sue ABILITA’ di esprimersi con la massima efficacia verso la gratificazione dei suoi DESIDERI. In questo modo, soddisfa un bisogno (dandosi un’identità per generare un modello con obiettivo prefissato), che evita di vanificare il suo potenziale (la scelta di un percorso che non pone nessun limite al suo auto-sviluppo), ed evita il terrore di vedere il proprio obiettivo appassire e perdere col tempo il proprio fascino, mentre si avvicina a esso (invece di modificare se stesso per soddisfare le esigenze di ciò che lui cerca, egli ha modificato il suo obiettivo verso le proprie capacità e desideri).

In breve, non ha dedicato la sua vita al raggiungimento di un obiettivo predefinito, ma ha invece scelto un modo di vita che SA  che lo farà stare bene. L’obiettivo è assolutamente secondario: è il funzionamento verso l’obiettivo che è importante. E sembra quasi assurdo affermare che un uomo DEVE agire in un modello di sua scelta, lasciare che qualcun altro definisca i suoi obiettivi rinunciando a uno degli aspetti più significativi della vita – l’atto di volontà che trasforma l’uomo in un individuo.

Se un uomo rimanda la sua scelta, le circostanze della vita sceglieranno per lui. Quindi, se ora tu non vuoi far parte dei disillusi, non puoi avere altra scelta che accettare le cose come sono, o cercare seriamente qualcos’altro. Ma attenzione alla ricerca di meri obiettivi: cercare piuttosto un modo di vita. Decidere come si vuole vivere e poi vedere cosa si può fare per guadagnarsi da vivere all’interno di quel modo di vivere.

Ma mi dirai: “Io non so dove cercare, io non so cosa cercare.” Ecco il punto cruciale. Vale la pena di rinunciare a quello che devo cercare per qualcosa di meglio? Non so, è vero? Chi può prendere questa decisione, se non tu? Anche decidendo di cercare, si va verso il lungo cammino della realizzazione della scelta. Non sto cercando di spingerti verso un “on the road” alla ricerca del Valhalla, ma mi limito a sottolineare che non è necessario accettare le scelte trasmesse dalla vita di ieri come le abbiamo conosciute. C’è qualcosa di più: nessuno DEVE fare qualcosa che non vuole fare per il resto della sua vita.

(Lettera scritta nel 1958 da Hunter S. Thompson all’amico Hume Logan)

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6 pensieri su “Il senso della vita secondo Hunter S. Thompson

  1. …. dobbiamo rendere l’obiettivo conforme all’individuo, piuttosto che rendere l’individuo conforme alla meta…..

    Credo che questa sia la frase che meglio racchiude il senso dei percorsi che ogni persona deve scegliere… purtroppo non è sempre così, per via di molti condizionamenti esterni ed interni che ognuno ha o si crea.
    L’altro problema, poi a mio avviso, è che poche persone si prendono veramente la briga di capire chi sono nel profondo e di cosa vogliono davvero. Ho visto gente passare una vita intera a rincorrere un obbiettivo per poi, alla fine, rendersi conto che non era quello che volevano…. e queste sono vite sprecate….

    Un abbraccio e buona giornata

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    1. Ciao, hai perfettamente ragione! Troppo spesso lasciamo che altri decidano per noi, oppure che mondi surrogati ottundano la nostra percezione delle cose, rendendoci di fatto incapaci di scegliere con lucidità ciò che davvero sentiamo dentro… il risultato è, purtroppo, non riconoscersi e perdersi. Tuttavia credo che il suggerimento di Thompson sia davvero utile, nella sua semplicità, perchè solo da una tabula rasa interiore è possibile vedere tutto l’orizzonte del possibile, e scegliere, o meglio, scegliersi, un percorso, uno stile di vita, che nutra costantemente l’umano bisogno di serenità interiore, vera condizione essenziale per esprimere veramente sé stessi! Un abbraccio e una buona giornata anche a te 🙂

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  2. Nel 1958 era giusta la logica di questo pensiero, ma oggi non è applicabile, pochi giovani riescono a fare ciò per cui hanno studiato e si sono preparati per entrare nel mondo del lavoro. Lottare per questo ormai non ha senso, le aspettative vengono il più delle volte disilluse, pochi sono gli eletti e fra gli altri chi riesce a trovare qualcosa se la prende per sopravvivere e si reputa anche fortunato. Credo che la scuola debba adeguarsi a dare una cultura di base integrandola con turni di lavoro atti a creare delle professionalità che stanno via via spegnendosi a causa del consumismo. La manualità supportata dalla cultura migliora il prodotto e le condizioni di vita e crea opportunità di lavoro fuori dalle fabbriche che affogano tristemente nell’esubero di una produzione che il mercato non richiede più. Ciao!

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    1. Ciao, io non credo sia una questione di tempo (1958) o di luogo (USA), per quanto entrambi i fattori siano a loro modo determinanti, perchè una prospettiva di pensiero simile si riscontra anche in estremo oriente, oppure, fatte le debite proporzioni, nella Grecia classica. Intendo dire che, piuttosto che porre l’attenzione su lavoro e scuola, entrambe convenzioni sociali necessarie ma non sufficienti a descrivere l’uomo, occorre ripensare alle necessità di vita partendo da felicità e serenità interiori. In quest’ottica le parole di Thompson “scegliere un modo di vita che SA che lo farà stare bene” sono illuminanti, perchè impongono l’attenzione non sul fine ultimo, sull’obiettivo (qualsiasi esso sia, materiale o spirituale), ma sul percorso stesso, e sull’armonia di questo con la persona che lo percorre…

      In questo atto di volontà, spesso dato per scontato, nelle conferme quotidiane che vi occorrono, sta il potenziale di crescita che trasforma l’uomo in un individuo, molto più di quanto possano fare altre istituzioni sociali. In tal senso si ritrova, forse non a caso, ma sorprendentemente, parecchia somiglianza con la Via, Dō (道) in giapponese, che significa letteralmente “ciò che conduce”, nel senso di “disciplina” vista come “percorso di vita”, “cammino esperienziale” 🙂

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      1. su questo sono d’accordo, ma oggi non ci sono più le condizioni per realizzare i propri obbiettivi, la serenità dell’animo e l’armonia di crescita è un’utopia in questo mondo dove per sopravvivere bisogna fare cinque lavori, che non ti danno nessuna possibilità di crescita, ma solo qualche spicciolo in tasca. Ho un figlio che lavora così è un tecnico informatico che lavorava presso una ditta poi per desiderio di crescita si è messo in proprio e la crisi sopravvenuta ha ucciso i suoi sogni.
        Ora fa quello che gli capita, non è felice , perché questa realtà non glielo ha permesso. In queste condizioni dove la trova l’armonia e la serenità interiore? Ora sta per diventare padre e nemmeno questo lo rende sereno, la sua felicità è disturbata dalla preoccupazione del domani. Non si può prescindere dalla vita lavorativa per avere un obbiettivo qualsivoglia , sia materiale che spirituale, non si possono fare progetti sereni né a lunga scadenza senza sicurezza. Un percorso di vita tortuoso non porta da nessuna parte.

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        1. Vero… molti sono nella stessa situazione, purtroppo, e non si intravedono nemmeno grosse prospettive per le generazioni più giovani… ma il problema, anche a livello politico, è confondere serenità e sicurezza. In estremo oriente, ma anche in Scandinavia (modello di riferimento in tutte le statistiche di sostenibilità), fra serenità (felicità) e sicurezza delle condizioni di vita non c’è un rapporto diretto, causale, per cui da un lavoro fisso e da certezze economiche derivano benessere e felicità, quanto piuttosto il contrario: avendo fiducia nel sostegno della comunità, del prossimo, sia in senso comunitario che assistenziale, si è disposti a sostenere una flessibilità e un’incertezza di fondo che possono anche significare possibilità. Ciò si traduce in tassi di disoccupazione più bassi, criminalità ai minimi storici e assistenza sociale/sanitaria in grado di far fronte a una molteplicità di situazioni, prevedendo sempre il reinserimento nella quota produttiva della popolazione come obiettivo di fondo di ogni intervento di welfare. Non così in Italia, dove assistenzialismo, evasione e corruzione sono cifre impressionanti di un più profondo disagio, che ha nella disgregazione sociale il suo comune denominatore…

          Purtroppo, proprio come dice Thompson, “se un uomo rimanda la sua scelta, le circostanze della vita sceglieranno per lui”, e quante volte, sia a livello personale che civile (elezioni), abbiamo evitato di prendere delle posizioni nette, che sancissero uno stacco col passato?

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