Arcanus times #20: The God Machine

The God Machine - One last laugh

The God Machine: due soli album, necessari e sufficienti a scrivere una pagina indelebile e centrale, nella storia dell’alternative rock dei primi anni ’90. Il power-trio formato da Robin Proper-Sheppard (chitarra/voce), Jimmy Fernandez (basso) e Ronald Austin (batteria) era dotato di capacità di scrittura fuori dalla norma, e di una visione artistica talmente sincera e personale da fare storia a sé, anche nel seminale e composito panorama musicale di genere, che in quegli anni andava spontaneamente delineandosi, fondendo e mischiando generi come post-punk, grunge, doom, stoner, dark e prog.

Dopo il debutto sulla lunga distanza avvenuto con l’apocalittico e caustico “Scenes from the second storey” (1993), l’anno successivo è stata la volta di un prematuro, triste commiato, che colse tutti impreparati. Nel 1994, mentre il gruppo era a Praga, impegnato nella creazione dell’album in questione, il bassista Jimmy Fernandez morì improvvisamente di un’emorragia cerebrale, lasciando i due compagni con un vuoto incolmabile, a cui fece seguito il subitaneo scioglimento della band (non avrebbe infatti avuto alcun senso proseguire senza di lui).

godmachine1993Ciò che rimane di questa dolorosa vicenda è “One last laugh in a place of dying”, manifesto di assoluta libertà formale e involontario epitaffio per l’amico scomparso, a cui il lavoro, nella sua totalità, è debitamente dedicato (“for our friend Jimmy”). Un destino particolarmente crudele ha voluto che la sostanza concettuale e le atmosfere stesse dell’album fossero già intrinsecamente legate al tema della morte, della sofferenza e della malinconia, cifre stilistiche di un male di vivere a cui la forza della musica cerca di far fronte, come un salvifico balsamo sonoro su ferite troppo profonde per smettere di sanguinare. In questo modo ho sempre interpretato il bianco abbacinante dell’artwork, un processo di ricerca, di catarsi, in cui sciogliere nella luce abbacinante ma discreta della comprensione le tenebre corrosive del rifiuto e del dolore.

Maestoso ed intimo, fragile e fragoroso, “One last laugh in a place of dying” tiene fede al proprio titolo, offrendo una dolce-amara riflessione sul senso della vita e del suo inevitabile esaurimento, in una carrellata di profonde suggestioni emotive lunga 70 minuti, che vanno dagli echi post-punk delle iniziali “The Tremelo Song” e “Mama”, figlie legittime dell’opera precedente, alla pura malinconia di “In Bad Dreams”, “The Devil Song” e “The Train Song”. Ma sarebbe impossibile non citare anche la toccante “Alone”, le incisive “Painless” ed “Evol” e, sopratutto la splendida narrazione di “Boy by the Roadside”, forse il brano più memorabile mai composto dalla band, se si dovesse mai sceglierne uno.

Ma, al netto delle considerazioni formali sui singoli brani, così come sull’individuazione di un riferimento stilistico di cui non si sente francamente il bisogno, i God Machine rimangono tuttora uno dei veri gioielli dell’alternative rock, e, in particolare con questa loro seconda opera, un monumento alla profondità del legame che la musica è in grado di creare negli individui e fra gli individui. Impossibile, infatti, non percepire l’imponente presenza dell’assenza di Fernandez, il peso di un vuoto che ha ampliato la cassa di risonanza di queste canzoni, in considerazione di un portato emozionale che, per quanto infausto nella sua immutabilità, serberà per sempre il ricordo di una musicista, di un amico, che tanto può trasmettere e suscitare nell’ascoltatore, impastando tristezza e speranza, sofferenza e redenzione, nel testamento definitivo di una band colossale che tutto è, tranne che una pietra tombale, perchè la vita va avanti, nonostante tutto, e al dolore della perdita deve far seguito la gioia della rinascita, che in questo caso porta il nome di Sophia. Ma questa è un’altra storia…

The God Machine

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2 pensieri su “Arcanus times #20: The God Machine

  1. Ciao Alekos.
    Che meraviglia trovare la recensione in questa buia e fredda mattinata; sai bene che conosco dalla loro nascita i God Machine, amandoli ancor’oggi alla follia. E sai anche che preferisco di un’inezia quel “Scenes from the second storey” autentica pietra angolare e monolite sonoro di smisurata potenza: uno dei dischi semplicemente più belli degli anni novanta. Anzi il disco degli anni novanta (non considerando i Primus che sono per me fuori classifica). Dovessi scegliere un solo brano della band ti dico “Out”; la tua recensione è come al solito splendida. Centri perfettamente ogni sensazione emotiva che l’album bianco dei God Machine è in grado di offrire all’ascolto. Peccato sia finita così, troppo presto.
    Se ti interessa ho scritto sul blog “musicanidi” una recensione a quattro mani dell’ultimo disco dei Sophia : As We Make Our Way (Unknown Harbours). Un ritorno atteso che mi conferma l’assoluta grandezza di Robin. Mi farebbe davvero piacere un tuo sincero commento.
    A presto.

    Lorenzo.

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    1. Ciao Lorenzo! Come sai è proprio grazie a te che ho conosciuto l’opera di God Machine e Sophia, entrambe realtà artistiche che, pur nella loro diversità, possiedono una concretezza e continuità davvero rare… Il mio preferito della produzione di RPS è proprio questo loro white album, inarrivabile vetta di empatia e intensità musicale… Grazie quindi di questo come sempre impagabile consiglio musicale, di tempi ormai remoti 😉 buona giornata e buoni ascolti!

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