Il 43

Martiri di Fondotoce

“Fu ancora giorno: era il 20 giugno. I tedeschi irruppero nella cantina e mostrarono particolare volontà e decisione. Era evidente che avevano preso una decisione sulla nostra sorte. Ci fecero firmare una dichiarazione in lingua tedesca. Noi ne ignoravamo il contenuto. Poi subito la partenza. Fummo fatti salire e rinchiusi in un grande camion, interamente ricoperto da grossi teloni. Le facce di alcuni erano apparentemente serene. Occhi tondi, alcuni con gli occhiali, erano calmi, perché non avevano preso parte ai combattimenti, e quindi si accingevano a sistemarci con calcolata freddezza. La debolezza aveva attutito la nostra sensibilità, perciò non sentivamo più la fame. La sete invece continuava a roderci. Ammassati nel camion, che l’autista conduceva senza riguardo, ci sentivamo come bestie condotte al macello. Sul posto era pronto il plotone di esecuzione. Sembrava non volessero perder tempo, ma i tedeschi avevano interrotto l’ese­cuzione soltanto per perfezionare la messa in scena e sfogare tutto il loro sadismo. Avevano solo voluto completare il numero quarantatré, quanti erano i fascisti che avevamo fatto prigionieri”.

“Nuvole calde e soffocanti coprivano il cielo. Intorno una radu­ra a prato con qualche sterpaglia. Eravamo vicino al­l’acqua del canale che forma come una grande pozza, con intorno un canneto. Dodici tedeschi si schierarono in piedi e altri dodici in ginocchio. Erano armati di fucili Mauser. Fecero alzare i primi tre partigiani e li disco­starono dal plotone. Sentii gridare: ‘Facciamo vedere come sappiamo morire.” Poi una scarica ed i tre corpi caddero in direzioni diverse. Venne la volta degli altri tre. La scena si ripeteva, con ritmo allucinante. I tedeschi compivano l’operazio­ne come se fossero ad un mattatoio, e i partigiani non avevano gesti di ribellione, preoccupati soltanto di mo­rire con dignità. Tutto durò diversi minuti perché i tedeschi avevano cura di rimuovere i corpi dei fucilati dal luogo ove erano stati abbattuti scaraventandoli da una parte, verso l’acqua. In quei minuti mi pareva di sognare. Non credevo possibile che sarebbe toccato anche a me. Attendevo sempre un intervento esterno. Non sapevo quale. Mi vennero molti ricordi della mia vita, come in un film. Rapidamente ripensai a tutto. Pensai anche a quando ero bambino, poi a quando da ragazzino scappai da casa, fino a quando andai coi partigiani, ai grandi momenti di entusiasmo dei primi risultati del nostro lavoro e alle vicende belle e brutte degli scontri. Pensai con rimpianto a mia madre, a mio padre in Germania e alla nonna che mi voleva tanto tanto bene. Quei pen­sieri mi procurarono una grande sofferenza. Mi pareva di giudicare il mondo come dall’alto. Ma il mondo mi sembrava più bello, come se lo sco­prissi allora: più belle le montagne, meraviglioso il la­go, più tenera l’erba. Rimpiangevo di lasciare tutto ed avevo una gran voglia di sfuggire a quella atroce sorte. Quelle riflessioni furono interrotte dalla stretta di due tedeschi che mi afferrarono al collo; era il mio turno. Dovetti alzare i piedi per non pestare il sangue ed i cor­pi dei compagni uccisi. Mi voltai e feci appena in tempo a vedere le vivide fiamme uscire dalle canne e contemporaneamente sentii un tremendo colpo alla schiena, come una bastonata. Caddi per primo. Mi accorsi d’aver ricevuto due colpi al brac­cio sinistro e uno alla scapola destra. Le pallottole erano fuoriuscite. Anche alla tempia ero stato colpito di striscio. “Ero stordito, ma mi sembrò tuttavia d’esse­re ancora vivo, perché respiravo. Ma non ne ero proprio sicuro, non mi sembrava possibile. I tedeschi erano lí a pochi passi”.

Partigiani“Forse da quel momento si fece strada nella mia coscien­za l’idea di tentare il possibile per non morire. Vidi l’erba e l’acqua vicino alla mia testa. Malgrado tutto questo in quell’ammasso di carne umana in cui mi trovavo la vita non era del tutto spen­ta; udivo rantoli e sangue sgorgare e gorgogliare, per i movimenti dei visceri; vedevo le vesti inzupparsi sem­pre più di rosso. “Una donna mi guardò e vedendomi con gli occhi aperti gridò: “Questo è ancora vivo”. Sentii la voce di un uomo, che non vedevo, sussurrare: “Se sei vivo, sta’ fermo. Ti diremo noi quando ti devi muovere”. Sarò rimasto circa due ore in quello stato. Le ombre della sera incominciarono a calare e tutto era senza contorni. “Una voce mi suggerì: “Dai, ora puoi tentare”. Alcu­ne persone mi aiutarono e mi coprirono alla vista dei fascisti. Cercai di tirarmi su, ma non riuscivo. Ero debole ed intirizzito. Un uomo mi aiutò ad alzarmi, ma fuggí quando si accorse che ero imbrattato di sangue. Mi feci forza. Era un momento decisivo e dovevo agire. Mi alzai strisciando nell’acqua bassa del canneto. Mi sembrava un gran rifugio. Mi parve di ritornare nel mondo. Caddi e mi rialzai due volte. Da una pozzan­ghera bevvi un sorso d’acqua. Era sporca, ma era la vita. Percorsi un centinaio di metri ed incontrai un contadino che falciava l’erba. Alla mia vista rimase un attimo esitante, poi vedendomi tutto intriso di sangue gettò la falce e fuggi. Mi parve di sentirmi in forze, ma ormai era buio pesto. Le forze mi abbandonarono di nuovo e non distinguevo più le cose. Udii un cane abbaiare. Mi confortò, perché compresi che c’era una casa. Camminai ancora e trovai una baita. Attraverso la finestra si scor­geva una debole luce. Bussai alla porta, ma caddi. I sensi li ripresi dopo qualche ora e mi trovai tutto fasciato”.

Intanto i fascisti erano rimasti sul luogo della strage e avevano contato i cadaveri. Avevano portato 43 casse da morto. Accortisi che ne mancava uno voleva­no compiere rappresaglie contro la popolazione, ma gli abitanti sostennero che l’ultimo era caduto nel canale. Così una cassa dovettero riportarsela indietro. Quarantatré raggiunse Cicogna, con il capitano Muneghina. Poi rientrò nella formazione che nel frattem­po, in luglio, era ricostituita dopo il terribile rastrella­mento. Malgrado i 170 caduti della divisione Valdossola ed i 21 caduti ed i 60 prigionieri della brigata Battisti, malgrado le baite incendiate e le valli devastate e saccheggiate fu costituita la LXXXV brigata Garibaldi Valgrande Martire che subito entrò nella lotta ed affrontò i battaglioni della Muti. Due mesi dopo l’intera Valdossola era liberata dai partigiani.

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