Ashbringer – Yūgen

Ashbringer - YugenYūgen (幽玄) la più labile e sfuggente tra le categorie estetiche giapponesi, traducibile letteralmente come “leggermente scuro”, non descrive solamente il fascino delle cose in penombra, di cui non si riesce a scorgere del tutto fisionomia e particolari, ma è usata anche con senso più ampio, per indicare ciò che, essendo oscuro e insondabile, è supremamente misterioso, imperscrutabile.

Yūgen nell’arte simboleggia quindi il complesso insieme di atmosfere e sensazioni che non possono essere descritte e comprese a parole. Non è infatti un caso che il suo più diretto corrispettivo artistico occidentale sia il Simbolismo, il cui assunto fondamentale è che sotto la realtà apparente, quella percepibile con i sensi, ve ne sia un’altra più profonda e misteriosa, a cui si può giungere solo per mezzo dell’intuizione artistica, capace di penetrare nelle oscure profondità dell’animo umano e di spiegare i desideri dell’inconscio, i sogni…

Premessa apparentemente off-topic, ma in realtà necessaria ad inquadrare al meglio lo spirito sotteso alla seconda release degli americani Ashbringer, già apprezzati lo scorso anno col notevole debutto “Vacant” (non a caso distribuito dalla sempre attenta Avantgarde Music).

Nel frattempo attorno al giovane mastermind Nick Stanger si è radunata una line-up completa, che ha di certo contribuito in modo sostanziale ad ampliare le potenzialità espressive del progetto, che, infatti, sin dalle prime note dell’album dimostra ampio respiro e imponente evocatività.

L’opener “Solace” può infatti a buon diritto essere considerata l’attuale apice compositivo del gruppo, una lunga e articolata composizione che, fra intrecci melodici di chitarre, crescendo ben strutturati e la giusta dose di incisività metallica, riesce a trasmette vibrazioni profonde e concrete, creando un senso di comunione spirituale davvero suggestivo, nella sua spontaneità.

Sotto il punto di vista prettamente musicale niente di particolarmente innovativo o rivoluzionario da segnalare, la grande capacità degli Ashbringer consiste infatti nel saper lavorare al meglio con una cassetta degli attrezzi stilistica tutto sommato minimale, ma non per questo deficitando in efficacia, come dimostrano ad esempio la title-track, con le ossianiche guest vocals di Elizabeth Redding, oppure la conclusiva “Glowing Embers, Dying Fire”, a cui è affidata la vera catarsi finale dell’ascoltatore.

Rispetto ad altre release di genere atmospheric post-black con “Yūgen” gli Ashbringer si situano decisamente su un altro livello qualitativo (anche per quanto riguarda l’aspetto visivo, a cura del buon Tryfar, collaboratore di lungo corso di Avantgarde), dimostrando, ancora una volta, come le vere caratteristiche che fanno da fondamentale spartiacque artistico fra eccellenza e mediocrità sono due: talento e passione, e Nick Stanger e soci sono evidentemente ben muniti di entrambi.

Ashbringer 2016

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