Darkthrone – Arctic Thunder

darkthrone-arctic-thunderTrascorsi tre anni dal precedente “The Underground Resistance” gli inossidabili Darkthrone tornano sugli scaffali con il nuovo “Arctic Thunder”, album che si discosta, in parte, da quanto dimostrato nelle ultime release, più punk-thrash oriented, recuperando quell’attitudine primordiale e raw, di dischi quali “Hate Them” o “Sardonic Wrath”.

Il titolo scelto, tributo all’omonima band thrash norvegese di fine anni ’80 (in cui militarono, fra l’altro, membri dei Red Harvest), chiarisce la volontà di Fenriz e Nocturno Culto di sintetizzare, con spirito assolutamente libero ed eclettico, le varie influenze stilistiche da loro raccolte nel corso degli anni di apprendistato musicale, riconducendole ad unità, attraverso un approccio e un sound ormai perfettamente riconoscibile, nella sua organica semplicità.

Registrato e prodotto dalla band nella loro vecchia sala prove, “Arctic Thunder” non possiede nessuna particolare velleità o ambizione artistica, se non la voglia di presentare una manciata di brani coerenti con la propria identità, suoni e concept ben radicati da decadi di militanza metallica, che prescindono decisamente i confini stilistici del mero black metal, contenitore che i Darkthrone hanno da sempre dimostrato di mal digerire, a maggior ragione in questi anni di maturità artistica.

darkthrone-photoAl netto di questo inquadramento generale “Arctic Thunder” suona piuttosto fresco, sebbene più lento e oscuro degli album precedenti. Stemperate infatti le ispirazioni epic-punk che abbondavano negli album precedenti (un esempio su tutti, il brano “Circle the Wagons”), l’approccio compositivo del duo norvegese appare ora più quadrato e cadenzato, malgrado permanga qualche piacevole svisata in tal senso (“Tundra Leech”).

Brani come “Boreal Fiends”, “Inbred Vermin” o “Deep Lake Tresspass” (fra l’altro tutti grandissimi titoli, sintetici ma alquanto suggestivi) fotografano alla perfezione le coordinate stilistiche dei Darkthrone 2016, meno immediatamente divertenti e scatenati, ma immersivi e, a modo loro, meditativi. Non è infatti un caso la grande attenzione a temi e concept di carattere naturale/naturalistico.

Un ritorno alla semplicità primordiale dei ritmi della terra, fatta di tuoni artici e paludi ghiacciate: Norway be my grave, come cantava Nocturno Culto qualche anno fa (“Fucked up and ready to die” – 2013).

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