Opeth – Sorceress

opeth - sorceressSorceress” rappresenta una nuova e, a suo modo, perfetta conferma del nuovo corso degli Opeth, i quali, successivamente a “Watershed” (2008), hanno dichiaratamente abbandonato qualsiasi velleità estrema, in favore di un approccio squisitamente prog-rock, come per altro già emerso con sempre più predominanza anche negli album di metà carriera (si pensi a certi arrangiamenti di “Still Life”, 2001), ma sopratutto, in nuce, come vero e proprio amore/feticcio artistico del buon Åkerfeldt, vero die-hard fan del genere in questione (Gentle Giant, Caravan, Yes, Camel, ELP…).

Riccamente illustrato dal sempre brillante e affascinante Travis Smith, “Sorceress”, dodicesimo album del gruppo di Stoccolma, ricalca gli stilemi compositivi tipici di Åkerfeldt, imperniati su un chitarrismo ricco di sfumature tonali e grande varietà di soluzioni ritmiche, che, al netto dei cambi di stile e line-up accaduti negli ultimi anni, rende sempre immediatamente riconoscibile il sound del gruppo svedese, malgrado manchi ora la distorsione pesante e il growl tipicamente death.

Cangiante e delicato come il foliage autunnale, l’album pare ruotare attorno a figure e archetipi femminili e floreali, che influenzano le atmosfere suscitate dai brani, ammantandole di un incanto difficilmente identificabile (“Will o the Wisp”, molto Jethro Tull, “Strange Brew”, “A Fleeting Glance”), ma splendidamente catturato dai Rockfield Studios, che rendono ben distinguibili anche i piccoli dettagli negli arrangiamenti, di cui gli Opeth sono da sempre soliti infarcire i brani.

Che si tratti di oscure stregonerie o primordiali conoscenze druidiche, l’imprinting stilistico di queste 11 composizioni è vicino anche a certo occult prog settantiano, opportunamente stemperato dall’attitudine positivista e solare di Åkerfeldt, da sempre ben percepibile, sopratutto in sede live, e in questo caso ancor più palese, data la certa semplificazione delle strutture di base, sopratutto riff e comparto melodico, sia strumentale che vocale (cfr. il considerevole ricorso al refrain).

Rispetto agli album immediatamente precedenti, “Sorceress” risulta comunque il lavoro col sound più heavy e diretto composto dalla band in tempi recenti, come ben dimostrato da brani quali “Chrysalis“, nonchè l’opera con le sperimentazioni più palesi e ardite (cfr. le divagazioni orientaleggianti di “The Seventh Sojourn“).

Sebbene non si possa assolutamente segnalare alcuna mancanza o demerito oggettivo, l’operato degli Opeth risulta in qualche modo meno incisivo del solito, attestandosi in una zona di medietas espressiva per certi versi funzionale e fresca, ma che probabilmente rischierà di scontentare, in parte, entrambe le frange delle propria audience, nostalgici del death e cultori del prog, senza accontentarne completamente nessuna.

Stando così le cose è inevitabile ribadire come lo spartiacque stilistico voluto dal leader, per quanto sincero e spontaneo, abbia smosso in profondità le acque in cui si agita il grande potere evocativo della band, atto sicuramente coraggioso e fiero, che ha reso però la loro navigazione, in prospettiva, un’esperienza meno semplice e lineare da fruire.

Compiuta questa cogitabonda disamina di un album altrettanto strano e misterioso, per il quale sono occorsi molti più ascolti di quelli generalmente previsti per una band nota da tanto tempo, non posso che dare atto agli Opeth di aver osato e centrato l’obiettivo di una nuova personale identità interpretativa, differente, eppur senza radicale soluzione di continuità, rispetto al passato. Del resto, come canta Åkerfeldt nella title-track: “riddle whisper, bleak futile control, like a twin sister adapting to a role…”

Opeth photo

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Un pensiero su “Opeth – Sorceress

  1. Recensione molto equilibrata; e condivisibile.
    Personalmente credo che le luci di questo disco siano da cercare più che nell’ispirazione che ha mosso Åkerfeldt, nella sapiente e ormai navigatissima artigianalità che contraddistingue la produzione degli Opeth.
    Il nostro ha vestito i panni di un abilissimo filologo, volto a decifrare quella che potrebbe sembrare la corretta “vulgata” del moderno progressive. Le radici lisergiche (e quindi doom/stoner) e folk di un genere troppo banalmente tacciato di autoreferenzialità.
    Passati da un cromatismo tipicamente espressionista (Ghost Reveriew, ad esempio) ad uno intimista/impressionista, gli Opeth segnano (come hai giustamente sottolineato alla fine del tuo post) senza soluzione di continuità una ulteriore tappa di un percorso di ricerca che, eroso delle componenti “metal” restituisce il nucleo caldo di quella che è sempre stata la loro personalissima ispirazione.
    A mio avviso, il difetto di questo lavoro (come e più dei precedenti, in quanto culmine e al contempo punto di partenza della nuova “Era”) resta lo spessore stilistico della musica proposta. In quanto raffinato esercizio di stile sfrontato e cocciuto, assottiglia quel linguaggio originalissimo che li aveva portati al mastering del genere (progressive metal).
    Al climax di un percorso di decostruzione che ha portato il Nostro a specchiarsi in se stesso (le proprie influenze) dopo aver costruito il proprio castello di sabbia; con la consapevolezza, forse, che le formine di sempre siano in fondo insuperabili.
    Troppa auto-indulgenza, dunque.

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