Pain of Salvation – In the passing light of day

pain-of-salvation-in-the-passing-light-of-day“In the Passing Light of Day” è l’atteso (almeno per il sottoscritto) ritorno dei Pain of Salvation, dopo lo stop forzato avvenuto nel 2014, per i noti, gravi problemi di salute che hanno afflitto Daniel Gildenlöw. Ed è proprio da questo delicato episodio personale che origina la materia del nuovo concept, forse ancor più intensamente autobiografico dei precedenti lavori (“Remedy Lane” a parte, ça va sans dire).

Cosa si prova a essere costretti per 6 mesi in un letto d’ospedale, fra pillole, siringhe e operazioni, che, in un modo o nell’altro, portano direttamente al cospetto dell’oscura immensità della morte? La concreta possibilità di dissolversi, come la luce al termine del giorno, momento quotidiano di trapasso, e allegoria del definitivo momento di passaggio, che davvero in pochi possono dire di comprendere e accettare, per ciò che rappresenta e comporta…

Concettualmente “In the Passing Light of Day” si propone di esprimere tutto questo: i sentimenti di abbandono, perdita, rabbia, paura, rassegnazione, serenità; l’infinito spettro di sfumature dell’insoluta complessità insita nell’animo umano, indagati a partire dall’hub narrativo del letto d’ospedale, che riecheggia altri letti significativi della nostra vita (nascita, primo amore, emancipazione, matrimonio, morte).

pain-of-salvation_photoMa i Pain of Salvation sono e restano, prima di tutto, un gruppo musicale, perciò la traduzione sonora di queste considerazioni è altrettanto importante dei concetti che le originano. E anche sotto questo aspetto il nuovo album della compagine svedese è assai ricco e profondo, segnando in primis un netto ritorno alle sonorità più immediate e metalliche, rispetto ai due “Road Salt” e all’acustico “Falling Home”, ovviamente, che permettono loro i ricorso a una grande varietà di soluzioni compositive, sia di stampo squisitamente prog (poliritmi, cambi di tempo, melodie stratificate) che metal (stop & go, distorsioni compresse).

Il risultato è un impasto sonoro strumentalmente complesso, ma sempre immediato, emozionale ma non stucchevole, anche nei momenti più ad alto pathos (cfr. le “Silent Gold”, “Angels of Broken Things”). Parte del merito di questo entusiasmante risultato va anche al giovane Ragnar Zolberg, chitarrista/cantante islandese la cui voce cristallina fa da perfetto contraltare a Gildenlöw (“Meaningless”, “Reasons”), arricchendo ulteriormente le possibilità espressive della band.

Si percepisce nettamente e costantemente come questo “In the Passing Light of Day” sia intriso di una forte energia vitale, sia positiva che negativa, in continuo e dinamico rapporto, esattamente come dovrebbe sempre essere la vita. E non è infatti un caso che uno dei simboli più volte ripresi, sia a livello grafico che testuale, nel corso dell’album, sia proprio il sole (“la luce del sole è il miglior disinfettante al mondo”, cit. Jonathan Franzen, Purity), che il metaforico bambino interiore (in realtà il figlio del frontman) disegna sulla schiena del Daniel adulto, in copertina (la stessa schiena su cui si è accanito il batterio responsabile della fascite necrotizzante).

Fa quindi davvero piacere constatare come i Pain of Salvation abbiano saputo ritrovare/rinnovare questa loro energia, malgrado le vicende e gli avvicendamenti intercorsi, ribadendo i punti fermi della loro personalità artistica, semplicemente facendo ciò che, da sempre, sanno fare meglio: raccontare sé stessi.

pain-of-2cd

We’re all burning out, fading away
Like the passing light of day
We are watching the colors turning grey
In the passing light of day
We may wish we could run, just walk away
From this passing light of day
But at some point we needed to stop and say
“It’s okay, it’s okay.”

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