Pillorian – Obsidian Arc

Pillorian - Obsidian Arc

Pillorian: aggettivo che significa o si riferisce a disprezzo e condanna.

Questo il cupo monicker scelto per il gruppo formato nell’estate 2016 da John Haughm (ex-Agalloch), Trevor Matthews (Uada, ex-Infernus) e Stephen Parker (Maestus, ex-Arkhum), power-trio da cui era lecito aspettarsi moltissimo, in termini di qualità, vista la caratura delle band originarie in questione e, soprattutto, inutile nasconderlo, per il clamore mediatico suscitato dallo scioglimento degli Agalloch.

L’obiettivo che i tre musicisti americani si sono prefissati era creare un sound unico, sinistro e contorto, basato su melodie e strutture che fondessero elementi black, death e dark-folk, per tradurre efficacemente in musica il significato dell’inquietante nome prescelto.

Obsidian Arc è quindi l’ufficiale debutto sulla lunga distanza a firma Pillorian, e promette di far parlare molto di sé, in virtù delle sue caratteristiche precipue, ma anche, inevitabilmente, del confronto di questi musicisti col resto della scena e col loro ingombrante passato.

Per prima cosa occorre fugare un dubbio: “Obsidian Arc” non è e non vuole assolutamente cercare di essere il nuovo disco degli Agalloch sotto altre vesti, anzi, appare subito chiaro come l’impasto sonoro proposto sia nel complesso ben più oscuro, aggressivo e violento, assumendo semmai più somiglianza col furioso black metal degli Uada.

La presenza di Haughm non passa però assolutamente in secondo piano, sia per le riconoscibilissime vocals, scream e clean, sia per il suo peculiare modus componendi, che emerge chiaramente, soprattutto nei momenti meno concitati dei sette brani proposti.

pillorian_2016

Venendo appunto alle composizioni, l’opener “By the Light of a Black Sun” funge un po’ da sintetica presentazione del sound, con un incipit acustico che lascia presto spazio a una ritmica cavalcata black, piuttosto fresca, nel suo dinamismo.

La seguente “Archaen Divinity” si approccia al contrario con riff scuri e pesantissimi, ai limiti del doom, concedendo poco o nulla alla melodia.

The Vestige of Thorns” e “Forged Iron Crucible” riprendono gli elementi fin qui esposti, ponendo l’accento sugli intrecci chitarristici la prima e sull’efficace uso delle partiture vocali la seconda.

A Stygian Pyre”, singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, è invece il pezzo più diretto ed efferato, con un riffing quasi death e uno sviluppo che, per certi versi, ricorda i migliori Dissection.

Dopo un breve intermezzo ambient strumentale ecco la conclusiva “Dark is the River of Man”, dove si materializza compiutamente l’ingombrante spettro degli Agalloch. Si tratta infatti di una lunga composizione, su base atmosferica, in cui chitarre acustiche e stentoree voci pulite richiamano piuttosto chiaramente brani classici come “In the shadows of our pale companion”. Il risultato, per quanto notevole ed efficace, è piuttosto straniante, perché il nome in copertina è Pillorian

Con soli 7 brani è difficile dare un giudizio critico obiettivo sulla reale portata artistica del progetto in questione, che sarebbe quantomeno opportuno posporre a quanto la band proporrà in sede live a partire da questa primavera, sia come performance, su cui si nutrono invero pochi dubbi qualitativi, sia come scelta di brani, di cui sarà interessante e indicativo valutarne la selezione.

Ciò detto e al netto dei nominativi ivi coinvolti, “Obsidian Arc” si attesta come un ottimo debutto discografico, ortodosso e tradizionalista, ma non per questo derivativo e pedante, nel suo percorrere con lucida e intensa convinzione oscuri sentieri sonori.

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