Arcanus times #22: Diabolical Masquerade

Death's Design digipack1

Progetto solista parallelo di Anders “Blackheim” Nyström, chitarrista e membro fondatore dei Katatonia, Diabolical Masquerade è stata un’interessante realtà di genere, ufficialmente attiva dal 1993 al 2004.

Autore di quattro album, tutti piuttosto diversi, nel loro modo di interpretare il black metal, rispettivamente in chiave sinfonica, epica, thrash, atmosferica, Blackheim è riuscito a ritagliarsi la meritata attenzione, pur mantenendo la priorità sulla band principale, il cui crescente successo e impegno ha successivamente decretato la conclusione del progetto parallelo in questione.

Dei suoi succitati lavori in studio il più particolare e sperimentale è certamente l’ultimo, “Death’s Design” (2001), album presentato come colonna sonora di un misterioso film horror, in realtà un espediente inventato da Blackheim per strutturare il disco come una raccolta di frammenti sonori (in totale 61 tracce), vere e proprie schegge narrative, della durata talvolta di soli pochi secondi.

Sebbene la descrizione potrebbe fin qui far pensare a coordinate grind-core, in realtà “Death’s Design” è un concentrato di atmosfere umbratili e cangianti, scenari che, complice anche l’assenza di lyrics, evocano foschi misteri oltremondani, che non sarebbe affatto strano sentire come effettivo commento sonoro a un’ipotetica pellicola cinematografica.

Non è un caso che, sotto più di un punto di vista, la cornice narrativa scelta sia alquanto simile al concept Nightingale di Dan Swanö, perché i due musicisti sono da sempre amici e collaboratori, e anche in questo progetto, effetti, tastiere e alcune tracce di chitarra sono opera del polistrumentista svedese, e non è peregrino immaginare una vera e propria ideazione condivisa dell’intera operazione musicale.

Death's design digipack2

Per la sua natura estremamente frammentaria “Death’s Design” assomiglia a un flusso di coscienza sonoro, senza una vera e propria struttura portante, se non un generico senso di unitarietà, garantito dall’intensa atmosfera di fondo. Per questo motivo è fondamentale l’ascolto continuo e senza soluzione di continuità, proprio come di un film non si guardano le singole inquadrature, ma le scene nel loro complesso. In questa metafora cross-mediale sta, probabilmente, lo scopo sperimentale del disco, cioè nel risultare un credibile commento sonoro a un film che non c’è, imitandone le caratteristiche, i ritmi, le necessità espressive.

Curioso come un progetto tanto particolare sia potuto nascere in seno a un genere, il black, ancora abbastanza legato alla tradizionale forma-canzone, ma del resto stiamo parlando di un artista che ha da tempo dimostrato la sua versatilità e abilità, nel plasmare efficacemente le sue idee in musica, nonché dotato di considerevoli capacità tecniche e interpretative, come denota il ricchissimo riffing work proposto.

Peccato solamente che la parentesi dei Diabolical Masquerade sia stata tanto limitata nel tempo, perché avrebbe sicuramente potuto offrire molte altre idee e progetti interessanti. Resta comunque alla storia una discografia personale e a suo modo affascinante, di cui “Death’s Design” rappresenta sicuramente il vertice innovativo, se non anche qualitativo.

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