Fen – Winter

Winter” è il quinto full-length album degli inglesi Fen, da qualche anno fra i migliori interpreti di black atmosferico ed emozionale, senza per questo porre in secondo piano la componente più diretta e aggressiva, come per altro già brillantemente dimostrato in tutti i lavori precedenti, ottimi esempi di commistione fra tecnica esecutiva, profondità compositiva e varietà nelle soluzioni stilistiche adottate, dal dark-folk al prog, dal doom allo shoegaze.

Come sempre in precedenza anche quest’ultimo lavoro dei Fen ha alle spalle un concetto e un progetto ben precisi. “Winter” consiste infatti di 6 lunghe composizioni, tematicamente e musicalmente collegate, senza vera soluzione di continuità, a rappresentare l’idea di un percorso (e di un ascolto) unico e unitario.

La metafora del viaggio, esperienziale, interiore, simbolico (cfr. “Pathway”), è infatti il filo conduttore scelto dal frontman Frank Allain, che descrive l’album con queste intense parole: “this album very much describes a journey towards sanctity and redemption across a landscape steeped in mystery, hints of forgotten darkness and sorrows long since drowned in the distant past. It represents the culmination of over 18 months of writing and rehearsing, pushing ourselves harder and harder as musicians – it is a lengthy and self-indulgent record for which we make no apology. Indeed, it is a fitting tribute to mark ten years of the existence of Fen”.

Avvolgente e immersivo, anche grazie all’ottimo lavoro produttivo di Jaime Arellano (Ulver, Primordial, Solstafir), “Winter” cattura subito l’ascoltatore in un’atmosfera che ricorda in diversi momenti svariati brani passati della band, a voler sancire un’eredità sonora costante, attraverso gli anni e gli album.

Il significato di questo assunto è però ambivalente, perché se da un lato l’identità e la personalità dei Fen emerge forte e inalterata, in ognuna di queste sei lunghe composizioni, d’altro canto pare per la prima volta mancare quella spinta innovativa e progressiva che aveva invece caratterizzato le loro precedenti uscite, rendendole ciascuna a suo modo unica e subito riconoscibile.

E sebbene Allain sostenga l’auto-indulgenza e la relativa auto-referenzialità dell’album, è inevitabile percepire questa release come la complessivamente meno impressionante e memorabile della loro altrimenti eccellente discografia, attestandosi in buona sostanza come un ricco (quantitativamente) more of the same, che non aggiunge nulla al portato e alla valenza artistica dei Fen. In poche parole una mezza delusione, IMHO.

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