Intervista con Tryfar

Ho avuto la possibilità di scambiare una lunga chiacchierata con Tryfar, artista italiano attivo da anni sia nel panorama editoriale, sia musicale, riuscendo a delineare un’identità comunque ben definita e riconoscibile, cosa assai rara e preziosa.

Tryfar, innanzitutto grazie per la tua disponibilità a quest’informale chiacchierata, che inizierei chiedendoti una breve auto-presentazione.

Sono vicinissimo ai quarant’anni e mi sembra strano… dunque ormai sono quasi venti che mi occupo o cerco di occuparmi di grafica e illustrazione. L’ho sempre fatto in un’ottica non commerciale e per quel che posso continuerò in questo modo.

Sei noto ai più come artista grafico. Mi pare che la tua formazione e le tue occupazioni principali vertono sulle arti visive applicate, definendo una particolare convergenza fra varie tecniche, media e modalità espressive, su tutte l’uso misto di tecnica pittorica e tecnica fotografica. Credi che tali generi di contaminazione tecnica e tecnologica siano il tratto distintivo delle arti visive contemporanee?

Le contaminazioni ormai sono la base di qualsiasi cosa, si è prodotto così tanto che è inevitabile che la contaminazione diventi la base su cui muoversi, per poi magari riscoprire o riproporre stili precedentemente accantonati o in disuso tipo l’art nouveau che oggi è tornato molto in auge. Oggi convivono simultaneamente molte “tendenze”, si può passare appunto dall’art nouveau al minimalismo estremo senza timore; c’è anche un forte ritorno dell’hand-made, la tecnologia da qualche anno e tornata ad essere per molti uno strumento di sola finalizzazione e preparazione alla stampa, non più strettamente necessaria per la fase creativa. Quindi non credo che debba necessariamente esserci un’associazione analogico/digitale e che questa sia il tratto distintivo contemporaneo, ma sicuramente è una cosa spesso presente o necessaria per finalizzare l’opera se questa andrà stampata o duplicata.

Rispetto alla formazione e all’apprendimento, quanto pensi sia importante lo studio accademico o comunque la didattica, e quanto invece la libera sperimentazione e creazione della propria “cassetta degli attrezzi” artistica?

Personalmente credo che la formazione scolastica possa rivelarsi importante (a patto di essere fortunati e di trovare docenti preparati e motivati) quantomeno all’inizio per costruire delle basi anche solo culturali da cui partire, poi la tecnica e la “cassetta degli attrezzi” possono costruirsi (e cambiare) nel tempo, la sperimentazione è comunque importante e forse imprescindibile se si sta facendo un percorso di creazione; la ricerca personale potrebbe sembrare chissà che ma può essere spesso una cosa semplicissima, un semplice tentativo con se stessi di fare o vedere le cose in modo diverso, senza timore di ripetere ciò che altri inevitabilmente hanno già fatto in passato.

Assieme a Jessica Angiulli dai forma e sostanza allo studio grafico Diramazioni, che negli anni ha collaborato operativamente con realtà editoriali indipendenti come Edizioni XII, Mezzotints, Acheron Books, Terre di Confine e La Tela Nera. Quale componente apprezzi maggiormente del lavoro editoriale tradizionale?

Spesso io e Jessica lavoriamo assieme, lo abbiamo fatto anche per Ashbringer, Hornwood Fell e Dystopia Nå, lo facciamo quasi sempre quando lavoriamo per l’editoria. Sicuramente la cosa più interessante rimane il momento in cui si riceve un testo, un romanzo, che poi andrà sintetizzato in un’illustrazione. È il momento creativo, quello in cui leggendo delle parole per un momento ci si stupisce (anche della creatività dell’autore) e si iniziano a visualizzare delle ipotetiche immagini, il difficile starà poi nel realizzarle. L’ideale sarebbe poter fare sempre tutto con calma senza pressioni e con libertà, poi però nell’editoria (ma anche in generale) c’è sempre fretta, spesso senza motivo, ed io a questa fretta sono ormai insofferente.

Cosa ne pensi della sempre maggior diffusione di ebook e comunque della smaterializzazione dei contenuti artistici, musica inclusa? Venendo meno la materia fisica si rischia di perdere parti integranti e significative del lavoro, oppure ciò può aprire nuovi scenari, ad esempio utilizzando il web come grande ipertesto a corredo multifunzionale di un’opera?

Ormai credo sia chiaro che certi aspetti di comodità di ebook e mp3/streaming siano innegabili. Allo stesso modo è indiscutibile che sia più bello regalare/ricevere un libro o un cd piuttosto che dei file. Poi dipende dall’utilizzo che se ne fa e a mio parere, almeno per quanto riguarda la musica (il libro va comunque letto, ci va per forza dedicato del tempo), se ne fa spesso un’uso sbagliato, superficiale, non si presta più la dovuta attenzione alla singola opera, si tende ad ascoltare tanta roba, troppa, ed oltretutto molto spesso solo come riempimento, come sottofondo. Per quella che è la tendenza non credo (almeno a breve) che il web possa diventare un corredo/iperteso di una singola opera. O forse lo è già solo che è dispersivo, non ci si esce più, e si perde di vista il motivo per cui ci si è entrati, si inizia una continua caccia a nuovi contenuti ancor prima di aver assimilato quelli vecchi. Insomma andrebbe recuperata la pazienza (e purtroppo la vedo grigia) con cui ci si apprestava neanche tanto tempo fa all’ascolto/lettura. Io suggerirei di fare delle “serate musicali”, ovvero invece di leggere un libro o vedere un film ci si ascolta attentamente un disco, magari sfogliando e risfogliando il relativo libretto; oppure delle lunghe passeggiate anche cittadine in cui si osserva l’esterno, ci si dimentica del cellulare, e ci si ascolta la propria colonna sonora.

Sempre a livello di arti visive, quali sono gli autori che hanno caratterizzato di più la formazione del tuo gusto artistico, dall’adolescenza in poi, e quali invece i nomi attuali che apprezzi maggiormente?

Qui le fasi sono state molte, a scuola apprezzavo molto i pittori simbolisti, espressionisti, preraffaelliti (tipo Böcklin, Redon, Munch, Füssli, Burne-Jones, Moreau, Whistler…) soprattutto per il colore, la composizione e gli elementi spesso nascosti nei quadri; poi c’è stato un periodo in cui ho seguito molto H.R. Giger e le sue figure aliene. Sicuramente Dave McKean è stato fondamentale sia per l’illustrazione che per il mio sviluppo grafico, assieme a Vaughan Oliver. Mi piacciono anche Stefano Ricci, Leonora Carrington, Carll Cneut, Mattotti… Anche il cinema e la fotografia mi hanno sempre incuriosito, guardo molti film e sono un’appassionato fotografo. Attualmente invece non saprei onestamente che nomi fare, forse sempre a causa della sovrapproduzione di opere non seguo più nessuno di preciso, vedo nel web molte belle cose (anche qui troppe, ci si sente sopraffatti) ma non so di chi siano, forse semplicemente non ho più l’età in cui si cerca freneticamente di trovare cose belle, e non ho voglia di seguire i social network che ormai sono diventati (ahimè) quasi l’unico mezzo di promozione, un mezzo fortemente dispersivo che apprezzo veramente poco.

Al lavoro grafico è legato a doppio filo il contesto musicale. Da una parte collabori da anni con Avantgarde Music, etichetta indipendente dalla prestigiosa storia e altrettanto importante presente, realizzando design e artwork di vari loro album; dall’altra sei attivo in prima persona, come musicista, primariamente col notevole progetto Asofy, di cui è da poco uscito il terzo full-length “Nessun Luogo”. Parliamo per prima cosa di come è iniziata questa proficua e solida collaborazione con Avantgarde e Roberto Mammarella.

Con l’Avantgarde la collaborazione è nata un po per caso, frequento Sound Cave come cliente quasi dalla sua apertura, ma non conoscevo Roberto di persona, anni dopo però gli ho mandato le mie produzioni musicali (trazeroeuno) e dato che all’epoca era rimasto colpito dall’aspetto grafico, e cercava appunto aiuto su quel versante, ho iniziato quindi ad assisterlo prima soprattutto come gestione e prestampa ma poi ho iniziato a seguire e realizzare anche la parte creativa ogni qual volta ce n’è stata la possibilità. Lavorare per un’etichetta discografica è una cosa che o sempre sperato di poter fare, ne sono quindi molto contento, Roberto poi è un’ottima persona e l’Avantgarde non è un’etichetta qualsiasi.

Rispetto ai progetti che hai finora realizzato per conto di Avantgarde, ce n’è qualcuno a cui sei particolarmente legato?

Per me è sempre bello poter seguire anche solo come grafico la realizzazione di un prodotto musicale, è la cosa che apprezzo di più tra i miei lavori. Quando poi è possibile contribuire anche a livello creativo non posso che esserne ancor più felice, se fosse possibile farei solo questo. Sono particolarmente soddisfatto di come sono venuti i lavori di Hornwood Fell, Ashbringer e Dystopia Nå, sia per gli ottimi spunti sonori e concettuali, sia per la libertà che i musicisti ci hanno lasciato nell’interpretare visivamente la loro musica. Anche l’ultimo lavoro per gli Enisum mi pare sia venuto bene, ma dato che non è ancora pronto aspetto a dire di esserne completamente soddisfatto.

A livello di gusti e preferenze musicali, cosa ascolti e quali sono gli album che ti hanno più colpito, negli ultimi tempi?

Ascolto anche altre cose ma sostanzialmente tanto Metal, di recente ho apprezzato molto i Raspail, i Bölzer, gli Schammasch, i Fluisteraars, i Fvnerals, I Nemesis Sopor… Tra i miei gruppi preferiti però ci sono i Dolorian, i Ved Buens Ende, i Gris, i LIK, il doppio Sol degli Helrunar, gli Shape of Despair, gli Evoken, i Neurosis e molti altri. Di non metal mi è piaciuto molto l’ultimo disco di Emma Ruth Rundle “Marked for dead”.

Se non sbaglio anche tu hai fondato una tua etichetta discografica indipendente, Bruma Music, come descriveresti questa esperienza?

Bruma music sarebbe la continuazione della mia precedente etichetta, Trazeroeuno che è durata circa 10 anni tra diverse difficoltà, gestire un’etichetta porta via molto tempo ed avere dei risultati non è facile, è una cosa che mi è piaciuto molto fare ma che non credo rifarò. L’idea con Bruma era semplicemente quella di collaborare con Avantgarde e di fare alcune coproduzioni (Asofy, Hornwood Fell) cercando di semplificare e limitare al massimo le complicazioni; Bruma music però andrà pian piano a spegnarsi dato che mi sono reso conto che è abbastanza inutile ed è meglio concentrarsi su altre cose.

Veniamo più direttamente al progetto Asofy, attivo ormai dal 2001, con diverse uscite fra album, ep e compilation. Ritengo che la proposta sia molto particolare e affascinante, nella sua intrinseca trasversalità, fra dark-ambient, doom, black, pur senza appartenere specificamente a nessun genere. Come è nata l’idea del progetto, da quali fonti ispiratrici, e che parte ha nella tua vita artistica?

Asofy credo sia la mia vera parte “artistica” anche se questo termine mi piace poco e cerco sempre di evitarlo, parlerei piuttosto di -espressione-, e quindi Asofy è nato proprio come mezzo tramite il quale incanalare determinate sensazioni e riflessioni e stranamente (a differenza di altri campi in cui faccio più fatica) mi viene semplice e naturale avere uno stile tutto sommato personale. Il progetto è sorto appena dopo la aver lasciato i Perpetual Moonshine (la mia prima esperienza musicale, un gruppo vero e proprio di 6 e a volte più persone), in un momento un po scuro in cui avevo assoluto bisogno di realizzare qualcosa di completamente mio. Quella che è stata l’ispirazione iniziale faccio ora fatica a ritrovarla, ricordo solo che c’erano diverse sensazioni negative, di spaesamento e disillusione, che solo tramite la musica riuscivo veramente a rappresentare e superare. Asofy è per me un’importante sfogo creativo e culturale, l’unica cosa in cui poter veramente fare quello che si vuole senza limitazioni e tempistiche.

Nessun Luogo” rappresenta secondo me il punto più elevato (o profondo) di questa tua ricerca musicale, nel suo allegorico rappresentare musicalmente un non-luogo, il quartiere, spazio urbano in dissolvenza, in cui i legami, personali e materiali, vanno sempre più indebolendosi. La componente autobiografica mi sembra molto presente, così come il portato di pensieri e riflessioni che, per certi versi, mi hanno ricordato il Guido Morselli di “Dissipatio H.G”. Come è nato questo nuovo album?

Innanzitutto grazie per l’apprezzamento riguardo “Nessun Luogo”, il disco ha avuto una gestazione piuttosto lunga, ho iniziato a lavorarci ad inizio 2015 e pur avendo delle idee abbastanza chiare su cosa volevo ottenere, ci ho messo un po prima di riuscire a mettere insieme tutto in modo coerente, ci sono stati anche un po di problemini e dei momenti di confusione dato che all’inizio pensavo di far partecipare altre persone ad alcuni momenti del disco, ma poi non ce n’è stato modo. L’idea del disco è nata appunto attorno a delle riflessioni e sensazioni che negli anni ho accumulato vivendo nel quartiere, pensieri diversi e a volte opposti ma legati da una generale tristezza e rassegnazione derivante dalle dinamiche di modificazione del territorio e della società che ci vive, la scomparsa di persone e memoria, l’impossibilità di legarsi nuovamente a degli spazi che ormai sono e credo rimarranno vuoti, sospesi in un limbo di inutilità e significato. L’essenza della zona in cui abito è rimasta congelata lungo tutto l’arco della mia giovinezza ed adolescenza, per poi piano piano sgretolarsi ed annullarsi negli ultimi anni, sia a livello urbanistico che sociale. Sono cambiamenti probabilmente inevitabili, credo che la stessa cosa succeda in molti posti e soprattutto in molte periferie, eppure la mia percezione mi risulta comunque strana, non riesco a non farmi domande a non valutare se quello che succede sia un cambiamento positivo oppure no, mi pare sempre di galleggiare in un mondo in cui pochi abbiano la voglia o il tempo di fermarsi a ragionare, a chiedersi perché. È strano che tu nomini “Dissipatio H.G.”, un libro che mi è piaciuto molto e che ho letto la prima volta solo qualche anno fa (e me l’ha consigliato proprio la persona che avrebbe dovuto intervenire sul disco ma che poi non ha potuto – sarebbe la mente dietro Thaclthi, Sleeping Village con cui ho già collaborato in passato). Non so se in qualche modo mi abbia influenzato, ma sicuramente è un libro importante con il quale condivido molte idee e forse la metafora dell’assenza arriva anche da li.

Ho apprezzato davvero molto l’edizione limited box di “Nessun Luogo”, che recupera e riscatta la dimensione artigianale e squisitamente DIY, offrendo qualcosa di particolare, non prodotto in serie, cosa che contribuisce di molto, secondo me, alla sopravvivenza del formato fisico, come si accennava in precedenza.

Si, il “fai da te” è una cosa a cui ho sempre tenuto e che facevo già con Trazeroeuno. Per contrastare il digitale e la superficialità di cui parlavamo prima, l’unica soluzione è quella di tornare fortemente a qualcosa di materico, che valga la pena di “conservare” e consultare. Oltretutto questa volta ci tenevo, data la tematica, a realizzare qualcosa di più del semplice cd, volevo che rimanessero anche a me delle cose fisiche legate alla musica e ai miei ricordi. Ho accumulato molto materiale fotografico nel corso degli anni e volevo utilizzarlo e raccoglierlo per raccontare in modo più significativo quello che la musica suggerisce ma che senza una controparte visiva può rimanere troppo liberamente interpretabile. Ho pensato poi che fosse importante (dato il “non luogo”) che ogni persona ricevesse immagini diverse, dentro e sopra ogni singolo box ci sono fotografie differenti ed una bottiglietta contenente una “riflessione” (anche questa diversa per ogni box) ed un frammento di una pellicola.

Sebbene incentrato principalmente sul comparto strumentale, hai scelto di utilizzare la lingua madre, rispetto al consueto inglese internazionale. Scelta dettata dalla necessità di una narrazione il più possibile profonda e personale?

Asofy è sempre stato un progetto molto strumentale in cui la voce ha sempre avuto un ruolo secondario, mai portante, ho sempre considerato i testi come delle semplici “tastiere poetiche” di supporto alla musica, quindi sin dall’inizio ho scelto di usare l’italiano proprio per rimanere vicino ai miei pensieri che sono per forza nella mia lingua; Asofy in qualche modo ha sempre raccontato i luoghi attorno a me, non vedo come si possa usare un’altra lingua. Poi onestamente il mio inglese è pessimo, ma anche se lo avessi saputo bene credo che l’uso dell’italiano rimanga la scelta giusta, l’unica possibile. A me piace molto ascoltare gruppi che cantano in lingue “strane” tipo il tedesco, il finlandese, il francese (i francesi giustamente tengono molto alla loro lingua), le lingue scandinave… e pur non capendo niente (al limite si farà qualche sforzo per trovare delle traduzioni) li trovo molto poetici e molto più emozionanti, ti aiutano a calarti in un mondo diverso e lontano. Spero che anche negli altri paesi trovino interessante l’uso dell’italiano. Se riuscissi a trovare il modo giusto sarebbe molto interessante poter usare addirittura il dialetto (come hanno fatto ad esempio i Lunar Aurora e in alcuni casi gli Helrunar; in italia il risultato migliore credo spetti di diritto agli Inchiuvatu), peccato che qui andiamo a toccare un’altro elemento in triste ed inevitabile estinzione.

Quanta parte ritieni abbia l’accezione di “lavoro”, nella tua quotidianità, e quanta, invece, l’espressione della componente artistica e autoriale? Nell’Italia di oggi pensi si possa riuscire a mantenersi solamente tramite l’arte, anche e sopratutto in un’ottica indie e freelance?

Purtroppo il “lavoro” tocca farlo e copre la maggior parte del tempo, si tratta di tutta una serie di lavori grafici e di impaginazione che nella maggior parte dei casi tengo per me e non pubblico su nessun sito. Penso che sia molto difficile mantenersi solo tramite l’”arte”, temo quasi impossibile, a meno di non avere già in partenza agganci o facilitazioni particolati. Oppure bisogna essere MOLTO bravi e non aver però scrupoli di nessun genere.

Hai dei progetti in cantiere nel prossimo futuro, di cui vuoi condividere qualche informazione?

Non lo so, con Asofy non pianifico mai niente, non so mai se e quando avrò il bisogno di creare qualcos’altro.

Bene, ringraziandoti ancora per la disponibilità, rinnovo i complimenti per la tua opera, sia visiva che sonora. Lascio a te le ultime righe.

Grazie ancora a te per l’interesse e per la profondità dell’intervista, cosa molto rara.

Annunci

Un pensiero su “Intervista con Tryfar

E tu cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...