Les Discrets – Prédateurs

Spesso si dice che il traguardo del terzo disco sia fatidico, per le band, in quanto generalmente le premesse degli esordi e le conferme del seguito vanno necessariamente prese in mano, evolute, rinnegate, ricopiate, ecc… “Prédateurs”, terzo album dei francesi Les Discrets, non fa eccezione a questa regola, rivelandosi anzi un’opera di sostanziale cesura col pur recente passato (“Septembre et Ses Dernières Pensées”, 2010 e “Ariettes Oubliées”, 2012), fatto di post-rock, shoegaze e legere influenze black.

I cinque anni trascorsi dall’ultima uscita ufficiale hanno evidentemente permesso al giovane musicista e artista Fursy Teyssier (ormai iconici anche i suoi artwork) di rimodellare la fisionomia della sua creatura attorno a lineamenti dark indie rock, con maggior attenzione a inserti elettronici, ritmi vagamente trip-hop e suggestioni da soundtrack anni ‘70.

E proprio l’inclinazione cinematografica e narrativa risulta la chiave di lettura principale di “Prédateurs”, album urbano e serotino, dedicato a quei momenti, dice Teyssier, in cui non abbiamo nulla di particolare da fare, se non aspettare qualcosa, e ci ritroviamo a pensare al significato del tempo, della vita e dei suoi eventi.

La track-list possiede minutaggi snelli e perfettamente godibili, che, unitamente a sonorità avvolgenti e carnali, convogliano l’idea di un abbraccio sonoro, ben rappresentato dalla languida voce del musicista, opportunamente sostenuto da Audrey Hadorn.

Piuttosto omogenei nel loro complesso, i dieci brani presentati si dipanano come un viaggio senza soluzione di continuità, nel quale personalmente ho trovato spiccare “Les Amis De Minuit”, “Le Reproche” e “Rue Octavio Mey”, forse non a caso le tre composizioni più strutturate.

Impreziosito dalla notevole cover Art dell’inglese Chris Friel, dallo stile differente, ma per certi versi complementare all’operato visuale di Teyssier, “Prédateurs” è davvero un nuovo inizio per Les Discrets, finalmente liberi da influenze e paragoni con altri act della scena post-rock e post-black (uno su tutti ovviamente Alcest, dell’amico Neige), un inizio all’insegna della ritrovata e sottolineata personalità.

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