15 years of Worship and Tribute

Difficile parlare di “Worship and Tribute”, a ben tre lustri di distanza dalla sua pubblicazione, senza considerare quanto poco sia rimasto, ad oggi, dell’allora fiorente scena nu-metal e/o post-hc, a cui i newyorkesi Glassjaw facevano, in buona parte, riferimento.

La stagione d’oro di tali sonorità (il cosidetto adidas sound), comprimibile indicativamente nei primissimi anni 2000, ha visto imporsi a livello planetario band come Korn, Linkin Park, Limp Bizkit e Deftones , sebbene vi fossero una miriade di altri gruppi, spesso quasi sconosciuti, ben più originali e interessanti (ad es. Downer, The Apex Theory, Flaw).

In questo composito e mutevole scenario i Glassjaw si sono posti più o meno a metà strada, con un debutto (“Everything you ever wanted to know about Silence” – 2000) assolutamente degno di nota, nel suo toccante e adrenalinico mix di elementi emo-core, crossover metal e alternative rock.

Su tutti la performance del vocalist Daryl Palumbo rimane il quid distintivo del gruppo, autore di brani nervosi e mutevoli, come i pensieri sparsi e iper-cinetici di un giovane uomo, alle prese con gli intricati sentieri emotivi ed esperienziali di una vita ancora da scoprire e comprendere.

A due anni di distanza i Glassjaw ritornano sugli scaffali, incredibilmente maturati, sia come compositori che come interpreti, offrendo un album che può essere visto come il contraltare positivo, luminoso e melodico alla violenta urgenza espressiva contenuta nell’esordio.

Worship and Tribute” (pubblicato dalla major Warner Bros, e nuovamente prodotto dal guru Ross Robinson) sa essere delicato ed elegante, con brani che sfiorano l’animo, come una carezza (“Must’ve run all day”, “Trailer Park Jesus”), sebbene non manchino affatto momenti d’impatto immediato, fondati su un chitarrismo dinamico ed eclettico tanto quanto l’istrionico frontman (“Mu Empire”, “Radio Cambodia”).

La schietta veracità di questo lavoro è per altro ben esemplificata anche dall’originale packaging, che riproduce un vecchio giradischi, come a simboleggiare quanto tale cambiamento sonoro non sia un allontanamento dalle proprie radici, bensì un approfondimento delle stesse, per rintracciare (e possibilmente comprendere) l’origine di quelle emozioni brucianti e travolgenti che contraddistinguevano il debutto.

Questa rinnovata lucidità e profondità si è poi dimostrata il vero tratto saliente della band, tanto che, al netto dei vari scioglimenti e cambi di line-up, le successive prove discografiche (i notevoli Ep “Our Color Green” e, sopratutto, “Coloring Book”) hanno confermato l’impianto stilistico e l’impasto sonoro, aggiungendo semmai un tocco di elettronica in più, a mente anche delle esperienze parallele vissute dai membri della band (Head Automatica e Men, Women & Children).

Sebbene si vociferi da più parti dell’imminente registrazione del terzo full-length album, anticipato da sporadiche, ma sempre incisive performance live, il contributo dei Glassjaw alla maturazione e trasformazione del sound alternativo è rilevante, e i loro album piccole gemme del genere, da (ri)scoprire e (ri)ascoltare.

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