Satyricon – Deep calleth upon Deep

I think this is a totally different record. This is day one of a new chapter. Approaching this record, what I always kept in mind is that either this is the beginning of something new or it’s gonna be my last record. If this is going to be the last one then it needs to be something special. If there are more records, then I’d better make sure that this is so different from the last one that it feels like a new beginning. This is an immensely powerful record. I think it’s really, really dark and very spiritual and filled with confidence and energy.

Dichiarazione d’intenti molto impegnativa, quella con cui Satyr ha scelto di presentare il nono album, “Deep calleth upon Deep”, che ha dunque l’arduo compito di dare una svolta a ciò che è stato, musicalmente, l’ultimo decennio di attività della band, nient’affatto all’altezza, IMHO, del potere visionario mostrato dai Satyricon, almeno fino a “Now, Diabolical” (2006).

Considerata la lunga e variegata esperienza del duo, in giro ormai dai primissimi anni ‘90, era lecito aspettarsi un lavoro dotato sì di mestiere e furbizia artistica, ma sopratutto animato da quel fuoco inestinguibile, che si chiama ispirazione e passione.

Ecco, di quella fiamma paiono essere rimaste solo le braci, in grado di illuminare fiocamente brani complessivamente anche validi, ma derivatiti e ridondanti, avvitati sul modus componendi del leader, che pare non riesca a uscire da determinate strutture, sia chitarristiche che vocali, forse sopratutto perché l’intero peso del song-writing grava sulle sue sole spalle, con un Frost quasi nel ruolo di turnista di lusso.

Manierista e autoreferenziale, ma non del tutto privo di qualche scintilla brillante,”Deep calleth upon Deep” vive di contrasti netti, proprio come la (pleonasticamente discussa) copertina di Edvard Munch: bianco e nero, vita e morte, volontà di innovazione e impietoso ritorno di echi passati.

Si percepisce nettamente la voglia/necessità dei Satyricon di attualizzare un sound invecchiato e imbolsito, ma non è col sax di “Dissonant”, o le guest vocals di Håkon Kornstad che ci si riesce, soprattutto se il nome impresso in copertina è lo stesso che ha firmato pietre miliari del genere, quali “Nemesis Divina” e “Rebel Extravaganza”.

Rispetto all’omonimo predecessore è certamente un disco più convincente e longevo, ma assolutamente non in grado di sostenere le impegnative dichiarazioni di Satyr, alla luce delle quali sarebbe lecito avere più di un dubbio sul futuro discografico della band norvegese, che forse, non a caso, chiude questo album con un brano intitolato “Burial Rite”.

 

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