IT: 1990 Vs 2017

In realtà il vero titolo di questo post dovrebbe prendere in considerazione anche e sopratutto il libro di Stephen King, dunque 1986 negli annali della letteratura, ma il film di Muschietti (su sceneggiatura del trio Palmer, Fukunaga e Dauberman) trova la sua ovvia e inevitabile pietra di paragone con la miniserie TV del 1990, con il buon Tim Curry nei panni di Pennywise.

Sebbene io per primo abbia intensamente e costantemente schifato quel prodotto televisivo, a causa della sua semplicistica linearità e faciloneria nelle soluzioni narrative adottate (per non parlare del comparto FX) e di una recitazione, tolto Curry, decisamente non all’altezza dei ruoli, è altrettanto vero che questa nuova versione pensata e realizzata per il grande schermo, e altrettanto grande budget, aveva un potenziale ben più elevato, e le aspettative erano, quindi, lecitamente alte, considerato anche l’ottimo lavoro di Muschietti col suo “Mama”.

Senza tirarla troppo per le lunghe con una disamina pedante e sofistica, ciò che mi è piaciuto di questa nuova versione è la cura per la realizzazione di Derry, città maledetta ma anche viva, materica, ricca di dettagli, sia ambientali (la zona del fiume) che urbanistici (scuola, biblioteca, strade, la casa maledetta al n. 29 di Neibolt Street), in cui si muovono i giovani personaggi, frutto di scelte di casting IMHO perfette.

Gran parte del bello e del buono di questo nuovo IT proviene infatti direttamente dai giovani attori, capaci di performance intense e colorate, anche se in più di un’occasione grandemente distanti dal plot kinghiano. Il caso più eclatante, libro alla mano, è a mio parere quello di Mike Hanlon, relegato da Muschietti a ultimo, marginale membro del Club dei Perdenti, laddove, invece, nel romanzo è il narratore delle vicende e fondamentale cardine dei due tempi storici (sua la chiamata che raduna i ragazzi divenuti adulti), mentre nel film il ruolo di “storico” del gruppo viene affidato al prode Ben.

Altra differenza macroscopica, ma in questo caso particolarmente azzeccata, è lo shift temporale compiuto dagli anni ‘50 agli anni ‘80, cioè dall’infanzia propria di King all’infanzia di Muschietti, cambiamento che, oltre al mero fanservice, ha permesso, tramite un sacco di dettagli e cameo, un’immersione senza dubbio più profonda ed efficace per l’audience moderna (ed incidentalmente sfruttato l’hype di Stranger Things, ça va sans dire).

Ciò che, obiettivamente, non si poteva chiedere a Muschietti, e probabilmente a nessun regista, proprio in ragione del medium utilizzato, è materializzare la parte più sovrannaturale ed esoterica della storia, cioè la dialettica IT/Tartaruga (a.k.a. Maturin) quali essenze primordiali del bene e del male provenienti dal Macroverso, e da qui anche l’assenza del rituale di Chüd, battaglia mentale dalla valenza grandemente allegorica.

Quello che invece biasimo al regista argentino è proprio la caratterizzazione di Pennywise, che, affidato a un pur buon Bill Skarsgård, mi è parso eccessivamente plastico (nel senso di corporeo, concreto, ma anche posticcio), dinamico (cfr. i movimenti scattosi iperveloci) e bestiale (denti e occhi), lasciando in secondo piano la componente psicologica del suo potere, cioè la materializzazione delle paure, con tutto ciò che da questo ne consegue, in primis l’essere legato alle “regole” della trasformazione (ad es. le pallottole d’argento). Questa grave mancanza fa delle scene col clown i veri momenti deboli ed inefficaci della pellicola, gestiti con l’abuso di jump scare del tutto gratuiti e nemmeno un’oncia della ieratica malvagità che promanava dal clown di Curry… ma del resto, come positivo contraltare, nemmeno la plasticosità del ragnone finale:

Pur ben accolto dalla critica internazionale (70 punti su Metacritic e 85% di rating su Rotten Tomatoes) e ancor di più dal pubblico (in Italia la pellicola ha incassato 1.2 milioni di euro nel primo giorno, diventando la miglior apertura di sempre per un film horror), l’IT di Muschietti, almeno questo primo capitolo, è un’opera riuscita solo in parte, e solamente grazie a imponenti sforbiciate al corpus originario, lasciando al connoisseur kinghiano un inevitabile senso di incompiutezza, quando non addirittura di raggiro.

Tutto considerato, e al netto di una prossima director’s cut con altri 15 minuti di girato, occorrerà comunque attendere il 2019 col beneficio del dubbio, per valutare come e quanto il capitolo conclusivo sarà in grado, nel migliore dei casi, di aggiungere, correggere e migliorare.

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