Enslaved – ᛖ

Gli anni duemila hanno coinciso per i norvegesi Enslaved con un enorme e decisivo cambiamento nel paradigma stilistico proposto, lasciandosi almeno in parte alle spalle i dettami prettamente viking-black degli esordi, per incorporare elementi vieppiù progressive e, in ogni caso, dotati di trasversalità e personalità.

Non è un caso che questa mutazione sia iniziata con “Monumension” (2001), album coraggioso e impegnativo, nel suo dirigersi nelle profondità della mente e dell’inconscio, tracciando, di fatto, il primo passo effettivo, di questo particolarissimo loro approccio filosofico-esoterico vichingo.

Le opere che hanno fatto seguito sono state altrettante tappe di un viaggio esperienziale ed iniziatico, volto a sondare e illuminare i misteri reconditi dell’animo e della spiritualità umana, sulla scorta dell’eredità culturale norrena, con i suoi miti e i suoi simboli, in primis pantheon cosmologico e sapere runico.

Come è giusto che sia anche l’aspetto musicale è andato di pari passo a questa ricerca, evolvendosi in modo costante, cioè senza eccessivi stravolgimenti, ma offrendo sempre nuove sfaccettature e spunti, a livello compositivo, interpretativo e di arrangiamenti.

Fatto questo breve recap storico, il nuovo “E”, quattordicesimo album in studio, appare essenzialmente come la miglior sintesi possibile di questo approccio e visione del mondo, in virtù della sua precipua essenza sincretica e simbiotica, sancita fin dal titolo, che si riferisce alla runa ehwaz (sanscrito aśvaḥ, fuþark antico ), la quale, oltre a riferirsi al cavallo in quanto animale, significa simbolicamente fiducia, cooperazione e simbiosi.

Non stupisce quindi il naturale senso di progresso e integrazione suscitato dall’album, che, rispetto al precedente “In Times”, pare recuperare in freschezza ed evocatività, attestandosi a livelli qualitativi pressochè sovrapponibili a “RIITIIR”, col quale condivide, non a caso, più di un elemento, musicale e simbolico, con un cura ancor più certosina nelle sfumature atmosferiche evocate.

Tutto ciò trova immediata traduzione sin dall’opener “Storm Son, tanto ambiziosa quanto efficace. Fa seguito la più immediata “The River’s Mouth”, impreziosita dal chitarrismo di Arve Isdal, in prima linea anche sulla quasi titletrack “Sacred Horse“.

Pur orfani di Herbrand Larsen, gli Enslaved hanno trovato un altrettanto valido sostituto nel giovane Håkon Vinje (classe 1992), abile sia alle tastiere (anche hammond) che alle clean vocals, come d’abitudine molto spesso utilizzate nei brani, quale opportuno contrappunto melodico-narrativo al ruvido scream di Grutle.

Come si sa gli Enslaved sono però sopratutto la creatura di Ivar Bjørnson, di cui si occupa in modo preferenziale e sostanziale dalla tenera età di 14 anni. Nei solchi di “E” si fanno sentire anche gli echi dei suoi recenti progetti musicali, BardSpec e Skuggsjá, questi ultimi insieme ad Einar Selvik (Wardruna), qui ospite sull’ossianica “Feathers Of Eolh”, insieme a Daniel Mage.

Detto anche dell’ottimo sax di Kjetil Møster sull’atmosferica “Hiindsiight”, il quattordicesimo album dei vichinghi del prog black si configura quindi come un lavoro estremamente valido e ricercato, ispirato e lucido, nel suo magistrale utilizzo di stili e generi, anche piuttosto eterogenei e diversi fra loro, attestando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’alto grado di maturità artistica degli Enslaved, sempre più evidentemente al vertice della catena alimentare black contemporanea.

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