In Vain – Currents

Quarto album sulla lunga distanza per i norvegesi In Vain, artefici di un melodic death/black epico ma anche moderno. Il quintetto di Kristiansand, sebbene da anni nel roster Indie Recordings, non ha saputo finora compiere il grande salto di qualità, rimanendo per qualche motivo nelle retrovie delle scene, pur con validi lavori, come il precedente “Ænigma” (2013 ).

Ci riprovano con “Currents”, che manifesta fin da subito l’intenzione di condensare ed enfatizzare i numerosi elementi caratterizzanti la loro proposta, cioè moderati accenni viking (“En forgangen tid”, “As the Black Horde Storms”), ampie aperture atmosferiche (“Soul Adventurer”, “Standing on the Ground of Mammoths”) e una diffusa allure epica, ben rappresentata dal suggestivo artwork di Costin Chioreanu.

Rispetto ad altre band genericamente assimilabili al filone estremo progressivo moderno, quali Enslaved, Borknagar, Aenaon, il combo norvegese appare in un certo senso più vario ed eterogeneo nell’espressività, ma meno intenso e incisivo nel contenuto, sia sotto il punto di vista strumentale che concettuale.

Pur con ampi rimandi alla tradizione e alla cultura norrena (così come “Mantra”, 2010, lo era di folklore nativo americano), “Currents” non possiede la stessa carica immaginifica ed evocativa di capolavori quali “Isa” oppure “The Archaic Course”, atti mantenerli inalterati nel tempo nella memoria dei fan, e, volendo sintetizzare, la grande differenza artistica sta forse qui, nel potenziale di penetrazione e di longevità di una proposta che, per quanto oggettivamente impeccabile, sfoca rapidamente, messa all’inevitabile confronto di altre.

Fatti questi debiti distinguo, che implicitamente consolidano, nel tempo, le opinioni e i gusti personali di ciascuno, al netto delle valutazioni tecniche più strutturate, gli In Vain rappresentano comunque un valido tassello della già nutrita schiera di band scandinave, alle prese con la modernizzazione di tutti quei sound metallici forgiati indicativamente dalla seconda metà degli anni ‘80, e come tutti i validi e rispettosi prosecutori di un’identità culturale, vanno senza dubbio premiati.

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