A Perfect Circle – Eat the Elephant

A 14 anni da “eMOTIVe” (per altro disco di cover, eccetto un inedito) tornano inaspettatamente gli A Perfect Circle, progetto fondato da Billy Howerdel e Maynard James Keenan nel 1999, a cui vanno ascritti i capolavori “Mer de Noms” e “Thirteenth Step”, dischi internamente eterogenei e diversi fra loro, accomunati però da un intensa scrittura, emotiva e passionale, vero fil rouge compositivo della band.

A tre lustri di distanza era lecito, e sano, aspettarsi dei cambiamenti, che in questo nuovo Eat The Elephant” sono invero molti, sia a livello di line up, che oggi schiera in pianta stabile James Iha degli Smashing Pumpkins, Matt McJunkins (che nel novembre 2015 era sul palco del Bataclan con gli Eagles of Death Metal) e Jeff Friedl, sia a livello concettuale, con lyrics ispirate alla situazione politico-sociale contemporanea (l’elefante è simbolo del Partito Repubblicano americano), questa volta in accezione maggiormente psicologica e introspettiva, rispetto al pacifismo militante di “eMOTIVe”, risultando comunque altrettanto cupi, nervosi e disillusi.

Per ciò che riguarda l’aspetto musicale il sound A Perfect Circle è ben riconoscibile, ma virato in una pluralità di accenti tonali, ricercati, sfaccettati e perfettamente consapevoli della tradizione musicale che hanno alle spalle, dall’art-pop dei Depeche Mode agli echi elettronici dei Kraftwerk, passando per la grandeur evocativa dei migliori Smashing Pumpkins e Radiohead.

Rispetto agli album dei primi anni duemila l’impasto sonoro ideato da Howerdel risulta in ogni caso più soft e stemperato, con un massiccio ricorso a trame non chitarristiche, sfociando anche nell’elettronica pura (come già dimostrato, per altro, nei remix di “aMOTION”, 2004).

Eat The Elephant”, come spesso accade agli album di lunga e travagliata gestazione, è un lavoro in cui l’urgenza espressiva delle tracce più easy listening (i singoli “The Doomed”, “Disillusioned” e “TalkTalk”) sembra un collegamento diretto col proprio passato, mentre brani come The Contrarian”, “Hourglass” e “Get The Lead Out” risultano, per contrasto, immediatamente proiettati in un altrove stilistico che potrebbe far storcere il naso ai rocker più ortodossi (così come l’apparentemente scanzonato ritornello della adamsiana “So Long, And Thanks For All The Fish”).

C’è da dire comunque della performance assolutamente strepitosa di Keenan, il quale, apparentemente, proprio come il (suo) buon vino, invecchiando migliora, quantomeno in termini di espressività. Il frontman dei Tool sembra centrare più di qualcosa anche con alcune soluzioni elettroniche qui adottate, per certi versi vicine a quanto prodotto coi sui Puscifer, band divertissement artefice di tre interessanti album, di cui almeno uno (“Conditions of my Parole”, 2011) in possesso di tutti i crismi del disco-capolavoro.

Detto questo, ritornando agli A Perfect Circle, il 2018 fotografa il progetto nuovamente vivo e vitale, e questa sarebbe già di per sé una notizia positiva, registrando un’opera in bilico fra manierismo certosino e personalissima ricerca sonora, che, sebbene non in grado di rivaleggiare, a livello di importanza e significatività, con i precedenti album, vere pietre miliari del rock del nuovo millenio, è comunque parecchie spanne sopra la media, e, coi tempi che corrono, non è affatto cosa da poco.

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