Panopticon – The scars of man on the once nameless wilderness

The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness”, titolo tanto evocativo quanto esplicativo delle intenzioni che lo animano, come si può intuire dalle parole del leader dei Panopticon, Austin Lunn: “this is a full two disk, 2 hour long album sequenced as one long record, as it was meant to be heard. Please don’t listen to the album on your laptop speakers, it will sound like shit. Give it a shot on a long hike or by a fire with headphones. The first half of the album is atmospheric metal, the second half is more americana focused, so beware if you hate country/folk”.

Il progetto atmospheric black/folk, giunto al traguardo del settimo full-length, è quanto di più ambizioso Lunn abbia mai concepito, sia a livello quantitativo, con 18 brani, scritti dal 2011 al 2017, sia dal punto di vista concettuale, continuando sul filone del rapporto intimista e personale con la natura, dapprima del Kentucky, ora dei vasti boschi del Minnesota, dove Lunn vive con la famiglia.

Non solo, vari brani echeggiano direttamente ad altre fonti e dediche, come Sigurd Olson, ambientalista americano d’inizio ‘900, Valfar dei norvegesi Windir, Adam Nicholson, Guy Clark, Cliff and Ele Hokanson.

A differenza degli album precedenti dei Panopticon, questa duplice opera parte musicalmente dalla significativa, seppur non totale, separazione stilistica fra le sue due metà, che risultano in questo modo più intense e incontaminate, sebbene forse meno sorprendenti nella giustapposizione degli elementi.

Ma la mole di song-writing, che siano riff, semplici giri folk, sezioni ambient, è talmente vasta che risulta impossibile non trovare un molteplice scintillio creativo, fatto di aspri contrasti tonali, pieni e vuoti, impatto frontale e meditatività.

Tale corpus musicale ben si accorda all’approccio spirituale, filosofico e finanche politico di Austin, il quale riesce, senza apparire stucchevole o integralista, a dare un’impronta sincera e personale al moderno trascendentalismo americano, corrente che, memore dei vari Emerson e Thoreau, pone nel riacquisire un rapporto diretto con la natura la precondizione essenziale per il recupero della propria integrità spirituale, benessere e soluzione esistenziale.

In questo senso il black del disco 1 opera come necessaria pars destruens, producendo un distacco dalla società civile, atto a recuperare un più profondo contatto con le proprie percezioni, ritrovando la sintonia coi ritmi della terra, coi suoi tempi, che risuonano con prepotente dolcezza e maliconia nei solchi folk e bluegrass del disco 2.

The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness” pone l’accento su ciò che è davvero importante nella vita dell’uomo, sulle cose senza tempo che danno significato all’esistenza, mettendo al riparo la propria integrità dall’ottusa voracità della società contemporanea, sancendo con forza la dignità della ruralità e della sussistenza, come veicoli ideali di una consapevolezza sempre più necessaria, per salvarci da noi stessi.

Per l’intensità e la qualità di tutti gli elementi presentati, appare impossibile non considerare questo lavoro dei Panopticon come una delle uscite più importanti dell’anno, un’opera a tutto tondo, dotata di potenzialità espressive che vanno oltre gli stili scelti, descrivendo una condizione umana che bypassa lo spazio vitale del singolo, abbracciandone molteplici, perché, come dicevano i Navajo, non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli.

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