Deafheaven – Ordinary Corrupt Human Love

Ordinary Corrupt Human Love”, terzo album sulla lunga distanza per gli americani Deafheaven, combo post-black-gaze che tanto clamore ha suscitato per il successo mainstream di “Sunbather” (2013), lavoro col quale giunsero alla ribalta delle cronache metalliche, portando con sé la scomoda (e altrettanto discutibile) nomea di hipster black metal.

Fortunatamente una considerevole fetta di critica e pubblico è stata in grado di cogliere la vera fisionomia artistica della proposta, che va ovviamente inserita in un contesto culturale diverso, sia dalla tundra norvegese di metà anni ‘90, sia dai gironi USBM depressive di inizio millennio. Non a caso i musicisti coinvolti nel progetto hanno appena varcato la soglia dei 30, e rappresentano quindi a buon diritto le nuove leve del black, evidentemente poco interessate a preservare intatta l’eredità stilistica, e più inclini a sperimentalismi e commistioni shoegazez e dark rock.

Ordinary Corrupt Human Love” ribadisce e rinforza questi concetti, ripartendo laddove “Sunbather” si era fermato, in quanto il precedente “New Bermuda” (2015) aveva invece assunto connotati più immediatamente riconoscibili come black, per quanto moderno.

Ecco quindi levarsi la dolcezza acustica e sognante dell’opener “You without end”, sulla quale si stagliano lo screaming di George Clarke e il melodico fraseggiare di Kerry McCoy, fondatori e colonne portanti della band.

Le composizioni sono tutte piuttosto lunghe e articolate, come da loro abitudine, dotate di una componente narrativa preziosa, da rinvenire fra le pieghe di testi sinteticamente poetici e inquietantemente allegorici (non a caso il disco si apre con un recitato dal racconto “Black and Borax”, di Tom McElravey), come ben rappresentato dalla notturna Chelsea Wolfe in “Night People”.

Registrato live in studio, come sempre più di rado accade, nel tecnologico mondo della musica, il nuovo lavoro dei Deafheaven colpisce per l’intensità e il vigore di cui è dotato, grazie anche all’ottimo sound, grezzo e graffiante, confezionato da Jack Shirley, in grado di far risaltare i tanti contrasti tonali che, a livello sonoro, visivo e finanche culturale, rappresentano il vero motore artistico della band californiana.

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