Alice in Chains – Rainier Fog

Non occorre in questa sede dire più di una parola su ciò che sono (stati) gli Alice in Chains per il grunge e la musica rock in generale negli anni ’90. Serve però ribadire la sorpresa, in massima parte positiva, data dalla loro seconda vita artistica, quella inaugurata nel 2006 con William DuVall, a raccogliere la pesantissima eredità lasciata da Layne Staley, un vero e proprio grande vuoto, che poteva essere solo accettato, mai guarito.

Questo in sostanza il significato concettuale di “Black Gives Way to Blue”, disco che ha risolto brillantemente un compito assai difficile, merito sopratutto di un Jerry Cantrell concentrato e onesto, con i propri demoni interiori, passati e presenti.

Detto di un seguito, “The Devil Put Dinosaurs Here”, forse meno ispirato e memorabile, per quanto comunque godibile, nell’espressione di un sound dai contorni definiti e riconosciuti, si arriva al 2018, a Rainier Fog”, ancora una volta scritto nella quasi totalità da Cantrell, con il prezioso ausilio interpretativo dei fedeli sodali Inez, Kinney e DuVall.

I brani che aleggiano fra le nebbie del Monte Rainier (4392 metri di vulcano dormiente, la madre delle acque degli indiani Tacoma) sono figli di un’esperienza, di vita, prima ancora che artistica, evidente e innegabile, in grado di cesellare abilmente gli elementi portanti del proprio sound, cioè doppie voci, melodie chitarristiche doom oriented, le dark ballad, senza essere banali o incolori.

Per contro “Rainier Fog” è un album che vive di forti contrasti cromatici, come ben esemplificato dalla copertina, ma anche da un’opener, “The One You Know”, che non ha timore di pestare duro coi riff e sulle pelli, per poi addolcirsi in un ritornello memore di tutta la malinconia del grunge.

Il sound di Seattle permea da cima a fondo queste canzoni, rendendole classiche e immediate, sebbene non scontate (“Red Giant”, “Maybe”). Mancano probabilmente composizioni dalla portata tale da rivaleggiare con i grandi successi della band, ma per onestà occorre dire che tale fama era comunque funzione della visibilità dell’intero movimento, nonché, purtroppo, dei tristi eventi che si è trascinato.

Al netto di un paio di brani forse un po’ sottotono rispetto agli altri (“Deaf Ears Blind Eyes, “So Far Under”), l’operato degli Alice in Chains 2018 è un ascolto obbligato per chi ha respirato e vissuto il sound di Seattle, di cui loro rappresentano, ad oggi, forse più degli stessi Pearl Jam, gli unici veri reduci, ma anche per tutti gli amanti della musica rock che desiderino tastarne il polso e la (ottima) salute.

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