Manes – Slow Motion Death Sequence

Ritorno in grande stile per una delle band più atipiche e iconiche partorite dalla scena black norvegese, quei Manes, artefici del seminale “Under ein blodraud maane” (1999) e di una progressiva evoluzione sonora, che vede forse il suo momento più maturo e compiuto proprio col nuovo “Slow Motion Death Sequence”.

La band fondata nel lontano 1993 da Sargatanas e Cernunnos (Tor-Helge Skei), ora solo membro originale rimasto, ha sempre avuto una vita movimentata, plasticamente rappresentata dai diversi cambi di monicker (Perifera, Obscuro, Manes, Manii, kkoagulaa, Manes) e line-up, oltre che di sound, negli ultimi anni gravitante attorno a lidi pesantemente elettronici, lisergici e sperimentali, caratteristiche di cui “Slow Motion Death Sequence” è perfetta ed emozionale rappresentazione.

Recuperando e aggiornando gli elementi sperimentali già testati su “How the World Came to an End” e “Be All End All”, Tor-Helge Skei ha forgiato un sound oscuro e vibrante, potente e ipnotico, garantendo ai Manes una presenza certa, in una buona trasversalità di playlist.

Sin dall’iniziale “Endetidstegn” fanno la loro comparsa il programming moderno, organico ed evocativo di Skei e Rune Hoemsnes, così come le distintive e caratteristiche vocals di Asgeir Hatlen.

Proprio quest’ultimo è un elemento che potrebbe far storcere qualche naso, in quanto l’ampio ricorso a registri alti, nasali e monotoni talvolta stride, volutamente (“Scion”), con un impasto strumentale invece compassato e misurato, nella sua espressività, tanto che non si può fare a meno di pensare a come avrebbero potuto suonare, questi brani, con un vocalist come Garm (per non andare troppo lontano) dietro al microfono.

Ma tali soggettive obiezioni timbriche non inficiano comunque il valore di un album omogeneo nella qualità ma vario nelle atmosfere, in grado di coprire un ampio spettro di sensazioni, sia dirette e incisive (“Chemical Heritage”, “Building the Ship of Theseus”) che intimiste e umbratili (“Last Resort”, “Ater”).

Album non facile e di immediata assimilazione, tanta è la mole di elementi presenti, “Slow Motion Death Sequence” è però sicuramente un’opera d’alto valore e significato artistico, sia per la discografia dei Manes come band, sia per l’intero (post)movimento di riferimento, all’interno del quale sono ormai pochissime le realtà mature ancora in grado di dire qualcosa di rilevante.

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