Behemoth – I Loved You at Your Darkest

Dopo dieci album, quasi tutti di alto livello, culminati con gli ultimi quattro eccellenti lavori, acclamati da fan e critici, per il convincente mix di black e death metal, è indubbiamente un compito difficile anche per una band di spessore, come Behemoth, creare un nuovo album che fosse vicino al livello dei precedenti. Per il buon Adam Nergal Darski la missione in questione può dirsi riuscita solo parzialmente. Già, perché il nuovo “I Loved You At Your Darkest” palesa limiti e mancanze tali per cui la valutazione artistica complessiva si pone necessariamente sotto i vari “The Satanist” (2014) o “Evangelion” (2009).

L’undicesima fatica dei polacchi si apre con l’intro “Solve”, in cui un coro di voci bianche introduce, per l’ennesima volta, il concept liturgico caro alla band, ripreso infatti nella susseguente “God = Dog”, primo singolo scelto per la promozione dell’album. Ma se nell’opener il coretto (abbastanza fastidioso a lungo andare) poteva essere accettato come introduzione alle atmosfere dell’album, nel singolo sembra piuttosto forzato e fuori luogo.

Il riciclo dei riff è un’altra costante di questo album, come dimostrano plasticamente molte altre canzoni (“Wolves of Siberia”, “Angelvs XIII”, “We Are The Next 1000 Years”) e questo riduce notevolmente la varietà e l’interesse complessivo del lavoro. Per onestà va detto che tale caratteristica è comune a molte band dalla carriera lunga e consolidata, che fanno della riconoscibilità dei propri trademark compositivi di base un elemento imprescindibile. Di per sé tale atteggiamento non è da disprezzare, sopratutto in considerazione del fatto che, qualora si tenti di cambiare formula, è altamente probabile incorrere nella pesante disaffezione del pubblico.

Macro-considerazioni a parte, in “I Loved You At Your Darkest” non mancano comunque episodi convincenti: “Ecclesia Diabolica Catholica”, brano dinamico con una forte base ritmica, un assolo convincente e una notevole parte acustica; l’inusuale ma efficace “Bartzabel” con un ritornello molto orecchiabile e melodico che si alterna a stacchi molto potenti, quasi in odore di Therion; “Havohej Pantocrator”, articolato susseguirsi di melodie chitarristiche e imponenti refrain. Non sono certo dei capolavori assoluti, ma delle buone tracce che si distinguono nel mezzo di momenti più convenzionali e dimenticabili di questo album, che ha certamente il pregio di essere molto scorrevole e orecchiabile, anche e sopratutto per il fan più generalista, ma il calo dell’ispirazione, anche concettuale, è percepibile, e rappresenta sicuramente un passo indietro rispetto agli ultimi album.

Discorso diverso per l’appeal commerciale della band, che, complice sicuramente l’alto budget a disposizione, si pone ai vertici mondiali del settore, grazie anche alle oggettive qualità di immagini, profili social e video sempre più artistici e personali, che farebbero quasi pensare a una possibile evoluzione in chiave visuale della narrazione artistica dei Behemoth, creatura per la quale Nergal non ha mai nascosto la centralità dell’aspetto visivo, immaginifico e simbolico.

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