Vreid – Lifehunger

Sognametal, curioso accrocchio linguistico che identifica quel particolare connubio di black, folk e viking creato dai Windir dello scomparso Valfar, nella cittadina natale norvegese di Sogndal, giusto 3000 abitanti, sulle rive di un fiordo, a nord-est di Bergen. Prototipo di bathoriana memoria.

Gran parte di quell’eredità artistica è stata raccolta dai Vreid, che da quasi 15 anni perseguono efficacemente la stessa rotta artistica, con occasionali deviazioni/concessioni al thrash, all’heavy ottantiano e finanche al rock classico.

Dopo un paio di album non del tutto convincenti, vuoi per fisiologici cali di tensione, vuoi per idee non particolarmente memorabili (“Welcome Farewell”, “Sólverv”), i Vreid ritornano in grande stile con questo “Lifehunger”, lavoro solido e molto piacevole, che fa leva sulla grande esperienza e il mestiere di scrivere accumulato dai quattro norvegesi, nelle due decadi sin qui trascorse.

Niente di trascendentale o rivoluzionario, ben inteso, i Vreid non sono e non saranno mai degli innovatori del genere, quanto piuttosto dei brillanti artigiani del metallo, con un talento naturale per infondere d’atmosfera strutture ritmiche e melodiche invero piuttosto tradizionali.

Ne è una prova “One Hundred Years”, effettiva opener dopo l’intro “Flower & Blood”, glaciale e affilata, come si conviene a un brano black d’impatto. Più articolata la successiva titletrack, giocata su un buon dinamismo ritmico, fra groove quasi death e accelerazioni black’n’roll.

A metà album trova spazio un brano un po’ spiazzante, “Hello Darkness”, cantata clean da Aðalbjörn Tryggvason dei Sòlstafir, che non esiterei a definire una black-ballad, sicuramente riuscita nella sua enigmatica evocatività, ma altrettanto disomogenea e slegata dal resto dei brani qui presentati, ben più concreti e squadrati, come “The Dead White” e “Black Rites In The Black Nights”, epiche cavalcate black da manuale, prima del cadenzato commiato strumentale “Heimatt”.

Personalmente avrei compilato la tracklist diversamente, posizionando “Hello Darkness” e “Heimatt” una di seguito all’altra, in coda al disco, da un lato per non interrompere il flusso metallico delle tracce precedenti, dall’altro per consentire un più ampio respiro atmosferico a questi due brani più atipici e introspettivi.

Ciò nonostante l’ottavo full-length dei Vreid è di fatto uno dei migliori di tutta la loro discografia, grazie a un indubbio stato di grazia, a livello di ispirazione e interpretazione, che compensa in attitudine quanto deficita in innovazione. Valfar ne sarebbe assai orgoglioso.

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