Heir Apparent – The View from Below

Probabilmente Heir Apparent è un nome che non dirà pressoché niente alla maggioranza degli estimatori del prog, tale e tanto è il gap temporale con l’ultima uscita discografica di questo combo americano, fondato nel lontano 1983, attivo fino al 1989 e poi ricostituito nel 2000.

Durante l’epoca d’oro del prog metal, quella dei grandi successi dei big three, cioè Dream Theater, Queensryche e Fates Warning, il quintetto di Seattle era una brillante promessa, la cui ambizione, neanche troppo velata, a giudicare dal monicker (trad. it. Erede al trono), era proprio quella di bissare i successi planetari riscossi da quel particolare sound, connubio di tecnica, melodia, orecchiabilità e rimandi all’heavy classico.

Nella loro prima metà di carriera gli Heir Apparent hanno pubblicato due album, l’ancora piuttosto underground e tradizionale “Graceful Inheritance” (1986, Black Dragon Records) e il professionale “One Small Voice” (1989, Capitol/Metal Blade), vittima di due coincidenze sfortunate, fallimento della label e ascesa del grunge, che ne decretarono l’immediata scomparsa dai radar.

Grazie alla pregevole opera di archeologia discografica operata da Arkeyn Steel Records nel 2010 “One Small Voice” viene rimasterizzato e pubblicato, suscitando un buon interesse, tanto da ridestare anche gli stessi Terry Gorle, Derek Peace, fondatori degli Heir Apparent.

E così, dopo qualche mossa, discografica e non, atta a togliere la ruggine accumulata nel tempo, arriviamo a questo nuovissimo The View From Below”, a tutti gli effetti terzo album del gruppo, a distanza di ben 30 anni dal precedente.

La domanda sorge però spontanea: come avrà superato la prova del tempo il sound della band? A giudicare da quanto dimostrato sin dai primi minuti d’ascolto si direbbe molto bene, in quanto energia, brillantezza ed esperienza emergono chiaramente, in un impasto sonoro di matrice classica, spesso molto vicino ai primi Queensryche, ma non per questo privo di personalità e verve.

Si percepisce distintamente la caratura artistica della band, lontana anni luce dal sound djent iper-compresso del moderno prog metal, che tende spesso a perdere di vista il primato dell’emozione sulla tecnica, proponendo sfoggi virtuosistici pleonastici.

Gli Heir Apparent pongono invece tutta l’enfasi sul pathos, che sia la grinta prettamente heavy di brani come “Man In The Sky”, “The Door” e “Synthetic Lies”, oppure la ricercata evocatività di “Here We Aren’t” e “The Road To Palestine”, impreziosite dalle vocals classiche della new entry Will Shaw, dotato di un timbro che non può non ricordare il Geoff Tate dei tempi d’oro.

Ne consegue un’esperienza d’ascolto piacevole e interessante, nel suo saper riproporre i trademark del prog metal passato con una verve assolutamente al passo col tempo presente.

La copertina invece no, quella è insalvabile, in continuità con le altre utilizzate in passato dalla band 😝

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