Warrel Dane – Shadow Work

Shadow Work” è un’opera dal sapore dolceamaro. Se da un lato è entusiasmante avere fra le mani un nuovo di inediti con la voce dello scomparso Warrel Dane (morto il 13 dicembre 2017, proprio durante le registrazioni dell’album a São Paulo), dall’altro un’amara nostalgia si diffonde, durante l’ascolto di un’opera postuma e non completa.

Quel che è certo è che Warrel è stato una delle migliori voci in assoluto del metal moderno, scrivendo, coi Sanctuary e sopratutto coi Nevermore, pagine indelebili nella storia della musica di genere.

E così, dopo una doverosa, legittima attesa, la Century Media ha dato il via a procedere alla back-up band brasiliana che stava accompagnando Warrel nella sua avventura solista, ultimando la produzione di quanto registrato fino a quel momento fatidico, a formare “Shadow Work”. Sono infatti stati utilizzati tutti i demo, tutte le parti vocali registrate da Dane fino all’ultimo giorno in sala prove, assemblando questi 40 minuti che sono tutto tranne che un album di scarti o abbozzi. Shadow Work è infatti un disco notevole, anche cercando di disgiungerlo dall’allure tragica che inevitabilmente lo accompagna.

Rispetto al suo esordio, “Praises To The War Machine”, pubblicato dieci anni fa, che sembrava quasi una versione light del classico sound Nevermore, più semplice, più immediato e fruibile, al contrario “Shadow Work” è oscuro e pesante come proprio la band di Seattle ci aveva abituato. Merito sopratutto dell’egregio lavoro strumentale dei chitarristi Johnny Moraes e Thiago Oliveira, che sono riusciti a svolgere un riffingwork compatto e melodico, che farebbe onore allo stesso Loomis.

Come detto in precedenza l’album è contraddistinto da un’aura dark a tutto tondo, che ben si confà alle tonalità tragiche da sempre trademark vocale di Warrel, sebbene in diversi episodi evidentemente ancora solo abbozzata, o comunque non del tutto completata. Ciò di per sé non è un difetto, quanto una caratteristica da tenere a mente, per valutare correttamente l’aspetto grezzo che alcune parti hanno inevitabilmente assunto.

Anche se la sezione ritmica (Fabio Carito al basso e Marcus Dotta alla batteria) ce l’ha messa davvero tutta per riempire gli spazi, è ovviamente alla voce di Warrel che l’ascoltatore pone la maggiore attenzione, trovando una performance che, pur coi suddetti limiti, è sempre di altissimo livello, sia per personalità che per intensità.

Le cose migliori si ascoltano su As Fast As The Others e Mother Is The Word For God”, davvero toccante, nella sua vulnerabilità, mentre risulta evidente lo stato ancora embrionale della title-track.

Da segnalare anche la cover di “The Hanging Garden”, scurissimo brano dei Cure, a cui Warrel ha riservato lo stesso trattamento, brutale ma artisticamente rilevante, che 17 anni fa subì “The Sound Of Silence”, restituendone una versione perfettamente in linea con l’atmosfera generale di un disco tragico e intimo.

Fra inevitabili, e legittimi, richiami ai Nevermore, “Shadow Work” è ben più di un disco incompiuto, è l’estrema testimonianza e lascito artistico di un musicista segnato dalla vita (droghe, alcool e diabete), ma anche dal talento puro.

Doverosa chiusura di un cerchio, un tributo che si accosta alle altre grandi opere che Warrel ha firmato nella sua carriera.

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2 pensieri su “Warrel Dane – Shadow Work

  1. L’esistenza di questo disco mi prende di sorpresa, sono un enorme fan dei Nevemore (e dei Sanctuary), ma non seguo la scena con costanza da un pò, quindi non mi aspettavo proprio un altro CD suo- Riposa in pace Warrell, e grazie ancora di tutto.

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