The Morningside – Yellow

Ho ormai passato in rassegna tutta la discografia dei Morningside, misconosciuta band russa che merita secondo me molta più attenzione di quanto ha finora ricevuto. “Yellow” (2016) è la loro ultima pubblicazione, nuovamente un concept, questa volta ispirato e collegato al capolavoro di Kurt Vonnegut “Mattatoio n.5”, opera-chiave della fantascienza e del pacifismo moderno, nonché racconto sul valore effimero dell’esistenza umana.

Questo nuovo album rappresenta in buona sostanza l’accumulo e l’evoluzione naturale di tutto ciò che i Morningside hanno fatto e dimostrato in passato. Come altre realtà inizialmente dedite al death doom, anche questa band si è progressivamente spostata verso lidi prossimi al post metal, senza comunque smarrire radici che affondano solidamente nella musica del destino (personalmente non ho disprezzato neppure il tentativo di cambiare rotta, con il forse troppo criticato “Letters From The Empty Towns” del 2014).

L’album si apre con note lente e cupe, presto rimpiazzate da tremolo picking e tastiere di sottofondo. Il basso è ben posizionato in primo piano, e scorre dolcemente con le proprie melodie accanto al comparto chitarristico. Come da tradizione le vocals sono introdotte dalla seconda canzone in poi, con un efficace mix di moderato scream e clean, con netta propensione per queste ultime. Le tracce proseguono e si snodano fra riff evocativi e alcuni grandi assoli. Il lavoro delle due chitarre è infatti una sorta di “secondo cantante”, tale e tanta è la parte che svolgono nell’economia sonora della band.

Sin dalla prima traccia si avverte una notevole influenza post-rock, che rende più moderna e accessibile la malinconia che emerge attraverso gli strumenti puliti, e rispetto agli album precedenti l’impressione generale è quella di un lavoro più aperto e solare, basato più sulla narrazione che sull’evocazione.

Come detto in apertura ho ascoltato e revisionato in prospettiva tutta la discografia dei Morningside, dal loro primo album. All’epoca erano sicuramente molto ispirati da Katatonia e Agalloch, elemento di per se assolutamente non negativo, se interpretato con competenza e lucidità, e mi piaceva il loro black-doom semplice, melodico e atmosferico.

Gli ormai maturi ed esperti moscoviti amano lasciare che sia la musica a tenere banco, e con questo intendo lunghe composizione, articolate melodie e armonizzazioni di chitarra. Potrebbero quasi essere visti come una band strumentale con qualche vocals di tanto in tanto.

In questo senso la massiccia influenza post-rock palesata in “Yellow” è solamente la fioritura di un germe da sempre ben presente, nell’humus della band, elemento che di fatto sancisce a buon diritto la personalità e l’originalità di approccio dei Morningside alla materia sonora, riscattando in prospettiva critiche fin troppo superficiali e tranchantes, e lo fa con il loro lavoro più raffinato ed elegante di sempre.

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