Ghost Ship Octavius – Delirium

Poche cose sanno essere altrettanto toccanti, totalizzanti e oscure della morte, che sia di una persona cara, di un ideale, di un’istituzione. Gli americani Ghost Ship Octavius ne sanno decisamente qualcosa, visto che nascono come necessaria prosecuzione artistica di musicisti provenienti da due importanti realtà della scena metal contemporanea, entrambe ormai defunte, sebbene per motivi diversi: God Forbid e Nevermore.

Stilisticamente penso abbiano teso maggiormente verso quest’ultima band, forse perché l’ex chitarrista dei God Forbid, Matt Wicklund, è stato un collaboratore occasionale con Warrel Dane attraverso il progetto solista del defunto frontman dei Nevermore, qui rappresentati dallo storico batterista Van Williams, ma sono anche riusciti a ritagliarsi una nicchia progressive metal abbastanza personale, che assomiglia maggiormente al carattere più atmosferico e dark di certo prog scandinavo, che al power metal US tout court.

Anche se l’omonimo debutto del 2015 tradiva palesemente le origini e le fonti d’ispirazione del progetto, difettando quindi in personalità, il recente secondo album “Delirium” pare da subito volto ad esprimere una cesura più netta con l’approccio tecnico e iper-compresso, tipico del decennio metallico ‘95/’05.

Gran parte di questa identità sonora risiede nel lavoro di chitarra di Wicklund, che si differenzia non poco dall’incisivo approccio tecnico di un Loomis, utilizzando spesso basi sonore più morbide e melodiche, ad elevata valenza evocativa. Questo tappeto atmosferico risulta fondamentale per sorreggere adeguatamente il lavoro vocale di Adon Fanion, sicuramente debitore dell’approccio più classico e pulito dei vocalist prog-rock, piuttosto che di certi estremismi tipicamente metallici.

Il risultato di questi vari elementi è una manciata di brani eterogenei nella struttura, ma di pari valore specifico, che siano le epiche cavalcate dell’opener “Turned to Ice”, piuttosto che la brutale “Saturnine”, oppure la ballata metallica “Chosen”, ci sono tutti gli ingredienti di un classico, solido disco metal, come da tradizione, dotato di un songwriting simmetrico e immediato, che si fa apprezzare per le sue semplici ma efficaci trovate compositive (ad es. “Far Below“, probabilmente la canzone migliore del lotto).

Anche se gran parte di questo materiale è stato scritto prima della fine del 2017, anno della morte di Dane, il carattere complessivamente cupo e astratto dei Ghost Ship Octavius potrebbe essere visto come un tributo finale all’amico e collega di Wicklund e Williams, di sicuro uno dei musicisti con l’impatto e l’eredità artistica più forti e duraturi sulla scena metal americana attuale, che vive ancora in buona parte attraverso gli stilemi definiti dapprima nei Sanctuary, e poi approfonditi e aggiornati dai Nevermore, veri traghettatori del metal ottantiano nel nuovo millennio.

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