Riverside – Wasteland

La fine è il mio inizio, scriveva Terzani, e il nuovo inizio dei Riverside porta il nome di “Wasteland“. La band polacca, reduce dalla morte improvvisa del chitarrista Piotr Grudziński, avvenuta per un attacco di cuore due anni fa, ha dovuto affrontare ciò che di più potente e implacabile c’è nella vita umana: la perdita di una persona cara, il dolore e il vuoto che genera. In questo caso anche il silenzio, in quanto la chitarra di Piotr non avrebbe mai più suonato.

Ma evidentemente c’erano ancora delle note da suonare, e delle storie da raccontare, così, guidati dal mastermind di sempre Mariusz Duda, l’ora terzetto polacco ha preso in mano il proprio senso di perdita e abbandono, raggrumandolo in un disco che cita apertamente T.S Eliot e Cormac McCarthy, fondamentali valvole di sfogo allegoriche per l’elaborazione di questo lutto.

Per quanto quindi non si possa disgiungere il vissuto reale e privato dalla sorti dell’album, a livello prettamente sonoro “Wasteland” si caratterizza come l’ennesimo (settimo, per l’esattezza) esempio di originalità di vedute e assenza di consuetudini artistiche della band, che nel corso del tempo ha saputo reinventarsi con efficacia e senza smarrirsi per strada, passando da un moderno prog metal, simile, per certi versi, ai primi Pain of Salvation, a un sound meno tecnico e intricato, che ricorda talvolta il rock dei Porcupine Tree più assimilabili.

Asciutto e definito dall’assenza e dalla sottrazione, “Wasteland” riesce a rielaborare l’ormai abusato concept distopico e post-apocalittico in una chiave più interiore e meditativa, quasi a voler essere delle riflessioni in musica sul senso della vita.

Come sempre la pacata ma convincente interpretazione di Mariusz Duda coinvolge senza stuccare, lasciando ampio spazio alla controparte strumentale, che qui spesso appare in chiave acustica (“Guardian Angel”, “River Down Below”), ma senza per questo disdegnare richiami a un riffing work tipicamente prog-metal (“Acid Rain”, “Vale of Tears”), che non si sentiva in cassa Riverside da molti anni a questa parte.

Emozionante e intenso per molti motivi, il nuovo disco del terzetto polacco chiede a gran voce di non essere valutato tramite una fredda analisi tecnica, secondo la quale sarebbe facile ascoltarvi numerosi richiami a Opeth, Anathema e i già citati PoS, bensì di essere sentito, a livello di sensazioni, come la chiusura di un cerchio che coincide con l’apertura di un altro, a rappresentare la ciclica continuità della vita, la sovrapposizione di questa col dolore, e un accorato invito ad accoglierlo e accettarlo per ciò che è, parte integrante di noi. Bentornati Riverside.

Annunci

E tu cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.