Chapel of Disease – …And as We have seen the Storm, We have embraced the Eye

Partiti nel 2008 come band raw death metal, debitrice della fondamentale lezione dei tardi anni ‘80, i tedeschi Chapel of Disease debuttarono discograficamente nel 2012 con “Summoning Black Gods”, album che, pur nella sua semplicità, lasciava presagire come difficilmente un unico genere musicale potesse accontentare lo spirito della band, cosa che divenne ovvia col seguente “The Mysterious Ways Of Repetitive Art” (2015), a cui fa seguito, cronologicamente e artisticamente, il nuovo “…And As We Have Seen The Storm, We Have Embraced The Eye”, album che fa della commistione ed eterogeneità stilistica il suo unico, vero credo.

Il gruppo di Colonia mostra infatti di saper tessere assieme senza problemi il sound grezzo e ruvido del death delle origini con atmosfere ben più stratificate, che includono freddi e ferali riff black, ma anche modalità compositive tipiche del prog anni ‘70 e dell’epic metal anni ‘80, il tutto senza perdere di vista credibilità, immediatezza ed efficacia.

Le chitarre dei fratelli Teubl riescono infatti ad evocare tanto i Morbid Angel quanto i Judas Priest, tanto i Doors quanto i Sentenced, in un’affascinante calderone sonoro ricco di spunti melodici spesso fantasiosi, che riescono quindi a coniugare eccentricità e orecchiabilità.

…And As We Have Seen The Storm, We Have Embraced The Eye” è la dimostrazione dell’avvenuta maturazione artistica della band, prima solo discreta promessa dell’underground, ora solida realtà artistica, in grado di rivaleggiare ad armi pari con gente come Cormorant, Take Over And Destroy, Tribulation e Agrypnie.

Basta il dittico iniziale, formato dalla naturale articolazione di “Void of Words” e “Oblivious – Obnoxious – Defiant” a chiarire questi concetti, poi ulteriormente ribaditi e sintetizzati da “Null”, impressionante per ingegno e intensità interpretativa.

Fa decisamente piacere constatare come ci siano ancora delle band che possiedono la volontà di ricercare e osare una propria strada, magari non per forza di cose sulla direttrice dello sperimentalismo puro, quanto piuttosto nel cesellare una personalità artistica individuabile e riconoscibile, intento che ai Chapel of Disease è riuscito decisamente bene.

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