Dragonauta – Entropicornio

Inizialmente noti per un pregevole psychedelic stoner metal, gli argentini Dragonauta sono una mosca bianca, in quanto ad attitudine nei confronti della crescita musicale. E’ norma generale, infatti, che le band nate sotto il segno dell’oscurità e dell’estremismo più spinto tendano con l’andare del tempo alla diluizione di tali componenti radicali, incorporando sonorità più fruibili, smussando le asperità più critiche, o addirittura stravolgendo il proprio sound verso lidi più orecchiabili.

Limitandoci al metal estremo esistono decine di casi, più o meno noti, che seguono questa scaletta. I Dragonauta invece stanno procedendo a ritroso, infatti dal loro debutto, risalente a 15 anni fa, il loro sound è diventato sempre più oscuro, ruvido e aggressivo, rendendolo al giorno d’oggi un perfetto esponente del black metal progressivo più valido e credibile.

“Entropicornio” è infatti un concentrato di riff dark, tecnici e articolati, che riportano talvolta alla mente il sound iconico di Celtic Frost, Voivod (direttamente citati nel secondo brano) e finanche i Darkthrone meno esasperati.

I Dragonauta targati 2018, questa volta guidati dall’unico membro fondatore rimasto, il chitarrista Daniel Libedinsky, hanno dunque completamente rimosso le vibrazioni stoner delle origini, in favore di un approccio più diretto, fondato su strutture ritmiche epiche e progressive (“Crystal Trident”, “Invader”, “The Last Aeon”), in cui alternare opportunamente assalti frontali ad aperture atmosferiche. Tale diversità di approcci è ben supportata dalla produzione criptica ma naturale donata dalla registrazione en vivo dei brani, proprio come si faceva nell’epoca d’oro dell’analogico.

Non stupisce infatti accorgersi, arrivati a un certo punto dell’ascolto, magari all’altezza della magnifica suite “Entropic Cromlech”, dell’innegabile spirito vintage dei Dragonauta, in grado di materializzare tutta l’evocativa carica occulta già insita nel metal anni ‘80, da ovvi capostipiti quali i Black Sabbath, discendendo poi nel DNA delle tenebre.

A giusto corredo di tale valenza musicale troviamo l’esoterico artwork ad opera di Ghoulmez, artefice anche del bel logo della band e di un assolo di chitarra sull’opener “Draconian Steel”, tanto per non farsi mancare niente.

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