Eppe on clay pipes

Pieter Claez, c. 1636 – Tobacco Pipes and a Brazier

Le pipe in gesso, che così si denominano comunemente, non sono di gesso (che è solfato di calce), bensì di una speciale sorta di argilla plastica, di colore bianco o biancastro (che è chimicamente una non ben definita miscela di silicato d’ alluminio -o caolino- con sabbia silicea). Sarebbe quindi più opportuno dar loro un nome diverso, ad esempio quello di pipe di terra bianche, per distinguerle da altre pipe di terra colorate ( terra rossa, Chemnitz, ecc.).

Queste pipe erano diffusissime in passato: ad esempio tutte le pipe raffigurate nei quadri fiamminghi, sono di gesso; si può dire che esse regnarono incontrastate sino alla fine dell’Ottocento ed oltre, specialmente tra il popolo.

Sembra proprio che sia stata l’ Inghilterra ad iniziare la produzione delle pipe di gesso, seguita successivamente dall’Olanda. Oggidì le pipe di gesso sono pressoché dimenticate, ed è male: in esse si cela un tal magico potere di estrarre aromi delicatissimi dai più volgari tabacchi, che ogni giorno d’inverno mi concedo il piacere di fumarne almeno una, ben ricolma di trinciato nostrano (forte e comune).

Per evitare delusioni ai neofiti, premetto che esse hanno alquanti difetti fondamentali: ma non è difficile porvi rimedio con un po’ di attenzione; più precisamente le pipe di gesso sono fragilissime, hanno pessimo sapore da nuove e possono provocare dolorose scottature per l’alta temperatura esterna del fornello. Resta chiaro tuttavia che il primo inconveniente si può agevolmente evitare maneggiandole con precauzione che il secondo scompare con l’ uso e che il terzo è inesistente, qualora ci si abitui a sostenere la pipa per il cannello (il corretto apprendimento non richiede, più di 6-8 scottature: per esse si usi linimento oleo-calcareo, da tenersi a portata di mano).

Aggiungo poi che le pipe di gesso sono consigliabili soltanto a chi ami tabacchi semplici e forti: con questi esse svelano le loro intime qualità, mentre danno misere soddisfazioni con miscele delicate ed aromatiche, per le quali sono ben più adatte le pipe di radica e forse (ma sono perplesso e dubbioso nel dirlo) quelle di schiuma.

Se il lettore dunque sopporta il fumo virile di robusti tabacchi ed è quindi deciso ad acquistare una di queste pipe d’ argilla, la scelta non troppo lunga, di buona qualità e che porti a garanzia la stampigliatura del fabbricante (se ne trovano ancora di ottime olandesi o francesi); che il fornello sia liscio, sprovvisto di smalti, di spessore uniforme e senza fessurazioni; l’argilla ben cotta, tanto da non esserne scalfita con l’unghia; il bocchino, o per meglio dire la parte tubolare della pipa, abbia il condotto del fumo accuratamente centrato, non troppo stretto, che sbocchi proprio nel fondo del fornello, non sopra di esso, perché la combustione del tabacco possa essere completa.

James McNeill Whistler, c. 1859 – Man smoking a pipe

Per prima cosa si avvolga strettamente uno spago tutto attorno a quella estremità del cannello, che andrà poi introdotta tra le labbra, e le spire della funicella lo ricoprano per la lunghezza di un centimetro o poco più: ciò è indispensabile, ad evitare lo spiacevole effetto di un troppo intimo contatto dell’argilla con i denti. Dopo qualche tentativo, sarà anche possibile annodare lo spago in modo che non si producano sgradevoli gibbosità; agli impazienti consiglio di adoperare un elastico, assai più facile da avvolgersi attorno al bocchino, anche se poi alquanto meno piacevole ai denti.

Preparata così acconciamente la pipa, ha inizio la lunga e laboriosissima strada, al termine della quale ci attenderà il premio di tanta fatica: è a dire quello che i francesi chiamano culottage, che noi tradurremo qui con le parole imbrunimento ,termine purtroppo assai meno efficace dell’originale gallico. Per quanto imbruniscano con l’uso anche le pipa di radica o di altra sorta di legni, e quelle di terra rossa o variegata, il vero culottage si ha soltanto nelle Pipe di schiume e di gesso: splendido per colorazioni molteplici nelle prime, più cupo ed in varie sfumature di nero nelle seconde, come meglio ora diremo.

Verso la metà del 1800, e soprattutto in Francia, furono scritte innumerevoli pagine sulla scienza (o sull’arte?) di annerire le pipe; al solito, le opinioni dei vari Autori non concordano, sono anzi spesso in netta opposizione tra loro, a proposito dei metodi che si devono seguire per ottenere un perfetto imbrunimento. Esigenze di spazio ci impediscono di dare ad un argomento così importante tutto lo sviluppo, che esso indubbiamente meriterebbe : dovremo quindi accontentarci di riassumerne i punti vitali, in base alla personale esperienza ed alle notizie fornite dall’aureo “Traité théorique et pratique du culottage des Pipes”, quasi interamente dedicato alle pipe di gesso.

Quando è nuova, la pipa è naturalmente pessima e ci si prepari dunque con animo forte al sacrificio delle prime fumate. Il fornello venga colmato sino all’orlo, già dall’inizio, con tabacco piuttosto secco e ben compresso; l’accensione sia completa, su tutta la superficie, e le boccate si susseguano piccole e lente. Dopo qualche fumata si noterà che all’inizio del cannello, proprio vicino alla base del focolaio, andrà formandosi una macchia di colore giallo o brunastro, che andrà via via estendendosi verso l’estremità opposta del bocchino. Al termine di poche ore, o di molte settimane (a seconda della qualità e del grado di cottura dell’argilla) l’intero cannello sarà annerito, in gradazione di tinta variabile da un colore bruno-caffè ad un nero intenso di bellissimo effetto.

Vi sono pipe, nelle quali soltanto il cannello annerisce, mentre in altre avviene anche per la parte inferiore del fornello; molte sono le cause che possono produrre l’uno o l’altro avvenimento e principali fra queste citeremo: la qualità dell’argilla, il grado di umidità del tabacco ed il lasciarne, o meno, un residuo sul fondo, la maniera di fumare la Pipa.

Con l’uso di tabacchi molto secchi (che come già ho detto, preferisco di gran lunga agli umidi nelle pipe di gesso), curando che essi brucino completamente, sino in fondo al focolaio, e pulendo ben bene il fornello dopo ogni fumata, si ha di solito l’annerimento del solo cannello. Personalmente mi comporto così con le pipe bianche di argilla, perché le preferisco sempre ben asciutte, non gorgoglianti, agevoli e senza intoppi nel tiraggio. Se però altri ambissero ad annerire anche la parte più bassa del fornello, ecco qualche suggerimento.

Si adotti un tabacco alquanto umido e non lo si consumi interamente, ma se ne lasci un piccolo residuo incombusto, che dovrà tuttavia essere tolto dopo ogni fumata, altrimenti la pipa assumerebbe in breve tempo odore e sapore disgustosi. Le boccate siano ancora più lente e, alla fine di ciascuna di esse, una piccola parte ne venga risoffiata lievemente nel cannello, in modo che dal fornello si veda elevarsi un’esigua spira di fumo. Con perseverante pazienza l’ annerimento andrà così diffondendosi a poco a poco anche nella parte inferiore del focolaio, sino all’altezza raggiunta dal tabacco incombusto; però non sempre: vi sono Pipe che per loro intrinseca natura, o perché l’argilla ne fu troppo cotta, imbruniscono solo nel cannello, mai altrove.

Dopo molte e molte fumate, purtroppo le pipe di gesso cominciano a trasudare: attraverso le parti più annerite vanno formandosi delle goccioline di liquido oscuro, ricche dei vari prodotti della distillazione tabagica, che poi si rapprendono in grumi.

Non è che la pipa diventi peggiore nel gusto (che anzi alcuni raffinati la preferiscono così), ma le dita si imbrattano nel maneggiarla e l’ aroma ne è sgradito al sesso gentile. Avviene nella vecchiaia di queste pipe ciò che accade per l’uomo: se molti sono i pregi di una tarda età, altrettante ne sono le manchevolezze; e nel fumare una vecchia pipa trasudante se ne rimpiange la gioventù, dimenticando che allora, nuova ed acerba, priva di personalità e ricordi, ci aveva profondamente delusi. Ma la natura dell’uomo è siffatta, che nulla mai l’accontenta: forse soltanto alcune pochissime pipe di radica, di eccezionali virtù.

A dimostrazione di quanto i gusti e costumi possano depravarsi, cade qui acconcio ricordare il trattamento che – dopo ogni fumata – veniva riservato alle pipe di gesso negli antichi tempi, in Olanda ed altrove. Si usava allora, da parte di locande e osterie, tenere lunghe Pipe bianche d’argilla a disposizione degli avventori. Alla fine della pipata erano esposte al calore del fuoco, perché ritornassero candide, come se fossero nuove. Altrettanto facevano non pochi cittadini, a casa loro:ignari, i poveretti, delle esimie qualità di una Pipa annerita da molte fumate, si condannavano per tutta la vita alle esalazioni aspre e sgradevoli dell’arido gesso ancor vergine!

Non è da passarsi sotto silenzio (a monito delle aberrazioni, cui può giungere l’umano intelletto!) la voga che ebbero per un certo periodo del secolo scorso le cosiddette “pipe magnetiche” d’argilla: esse contenevano nel loro impasto, o nella vernice che le ricopriva, sali d’ argento ed altri prodotti chimici sensibili alle radiazioni luminose ed assumevano quindi i cupi colori dell’ebano, se esposte alla luce. Perché poi si chiamassero “magnetiche” è un mistero; ma rimane il fatto deplorevole che alcuni fumatori sprovveduti volessero ottenere l’annerimento delle loro pipe senza prodigarvi sforzi e sudori: simili in ciò a coloro che si contentano di giungere sulle vette delle Alpi, trainati da comode seggiole sospese a funi robuste (e che, mi pare, son dette seggiovie), anziché salirvi a fatica per le dirute pareti.

A chiusura di questo argomento, un breve riassunto delle norme per bene fumare le pipe di gesso:

  • Accenderle con attenzione, curando che l’intera superficie del tabacco arda regolarmente.

  • Non usarle all’aperto, quando la temperatura sia troppo rigida, o soffino venti impetuosi, oppure nevichi o cada la pioggia.

  • Fumarle con lentezza e con regolarità; si ricordi che boccate troppo ampie e rapide possono produrre le cosiddette “bruciature”, ossia la comparsa improvvisa nell’argilla di macchioline oscure puntiformi, che poi si allargano e da cui trapelano vapori e liquidi maleodoranti. Malgrado ogni cura più assidua, si manifestano talvolta” bruciature” per cause del tutto occulte e misteriose.

  • Comprimere il tabacco a mano a mano che esso si consuma: è molto importante.

  • Alla fine della fumata. Svuotare subito il fornello e soffiare fortemente nel boccino: non appoggiate la pipa ancora calda su oggetti freddi.

  • Togliere l’incrostazione, che va formandosi sulle pareti interne del focolaio, solamente quando essa abbia raggiunto un eccessivo spessore.

  • Pipe vecchie abbisognano, più delle nuove, di lunghi periodi di riposo.

Ed ora a te, amico Lettore, l’augurio che la pipa prescelta sia d’egregia fattura e possa darti ore di consolazione ed oblio!

(Eppe Ramazzotti, 1898 – 1986)

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