Rammstein – s/t (2019)

I sei piromani berlinesi tornano a farsi sentire, con un album omonimo, a dieci anni di distanza dall’ultimo Liebe ist für alle da”. Anticipato da un singolo, “Deutschland”, che dice molto, sia delle origini (Neue Deutsche Härte) sia delle intenzioni e del ruolo della band di Lindemann, sopratutto grazie a un video grandioso (diretto da Specter Berlin), probabilmente costato quanto il PIL annuo di uno stato africano.

I temi, le allegorie e i simboli opportunamente disposti sullo schermo sono infatti un epitome dello zeitgeist e dello zeitstil teutonico, una carrellata che alterna passato, presente e futuro, segnalando, come un fil rouge, la brutalità, le ipocrisie, la coscienza sporca di una grande nazione, del cuore stesso dell’Europa.

Del resto i Rammstein hanno sempre giocato con questo genere di rappresentazioni estreme, che gli sono valse notorietà e censura, successo e accuse in egual misura. Consci di questo e assolutamente intenzionati a non variarne la formula, il six piece berlinese infarcisce anche questo nuovo album di tematiche a dir poco scottanti, proprio come le fiamme che caratterizzano i loro pirotecnici live show.

Nell’epoca delle grandi ondata migratorie africane, i Rammstein affrontano di petto il tema dello straniero (“Ausländer”), utilizzando una chiave di lettura squisitamente ironica, quasi a voler smorzare la tensione razziale, grazie ai comuni bassi istinti che ci caratterizzano.

Il ricorso a tematiche sessuali è un altro caposaldo tematico di Lindemann, che torna anche nelle successive “Sex” e “Puppe”, mentre dalla successiva “Was ich Liebe” l’impronta dell’album diventa più meditativa e intimista, per quanto lo possono essere le chitarre marziali della band.

In questo senso la ballad “Diamant” è un po’ la nuova “Ohne Dich, e questo pesante confronto non la fa eccessivamente sfigurare.

A livello prettamente musicale la band utilizza la sua consumata esperienza, riciclando abilmente i suoi migliori cliché stilistici, suonando la maggior parte delle volte freschi, nella loro fisicità (“Radio”, “Tattoo”).

Pur non essendo un tassello fondamentale della loro discografia, alla pari dei primi, magnifici tre album, questo omonimo si risolleva almeno in parte dalle fiacche pastoie che emergevano nei lavori immediatamente precedenti, consegnandoci una band ancora evidentemente dotata di quella lucida follia, che ne fa ambiguamente brillare gli occhi, fra luce e oscurità.

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