Deathspell Omega – The Furnaces of Palingenesia

Finalmente pubblicato il nuovo (capo)lavoro firmato Deathspell Omega, a distanza di tre anni dal precedente “The Synarchy of Molten Bones”, album che, per qualità e quantità, non mi aveva pienamente soddisfatto.

Il problema sono gli standard incredibilmente elevati, a cui Hasjarl & Co. mi hanno abituato, tramite dischi che hanno letteralmente riscritto i paradigmi del black moderno, e aperto ad alcune delle più interessanti derive successive, come la scena islandese, oppure, guardando più indietro nel tempo, i Batushka.

La misteriosa band simbolo della Norma Evangelium Diaboli è stata infatti la prima a dare rilevanza artistica sostanziale a un certo modo di fare e intendere il black metal, basato su grande tecnicismo strumentale, ricorso a dissonanze e poliritmi e un approccio concettuale liturgico.

Nel corso degli album quest’ultima componente è andata leggermente smorzandosi, ponendo l’accento su un personale avanguardismo sonoro, in grado di estrarre un senso di violento pathos drammatico ed epico da strutture musicali sempre più complesse, ma meno convulse.

Questi, in breve, gli ingredienti che compongono il nuovo “The Furnaces of Palingenesia”, album che riesce a sintetizzare la brulicante materia sonora del gruppo in una decina di brani che alternano sapientemente furia apocalittica (“The Fires of Frustration”, “Standing on the Work of Slaves”) a mid-tempo inquietanti e disturbanti (“Neither Meaning nor Justice”, “1523”), grazie anche all’ottima performance vocale di Mikko Aspa, efficace ad affrancarsi dal mero screaming, con delle tonalità cupe e roche, che sembrano arrivare direttamente da un nero deserto interiore (“You Cannot Even Find the Ruins…”).

Rispetto al passato la proposta dei Deathspell Omega appare quindi più intelligibile e fruibile, non perché abbia perso mordente o spessore, ma per un’aumentata capacità (o intenzione) comunicativa, come perfettamente espresso da brani come “Ad Arma! Ad Arma!” oppure “Renegade Ashes”.

Registrato e mixato incredibilmente solo con attrezzatura analogica, “The Furnaces of Palingenesia” possiede, anche per questo, i contorni di un unicum, che andrebbe ascoltato e compreso nella sua interezza, senza estrapolare eccessivamente singoli elementi: un solido monolito nero, che si staglia su un orizzonte di disperata vacuità.

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