Handful of Metal #6

Hollywood Vampires – Rise

Presentato da una una copertina con una recente foto di Johnny Depp virata in arancio, il supergruppo da lui formato con Alice Cooper e Joe Perry propone all’attenzione dell’ascoltatore un album che, nel suo complesso, si presenta senza infamia e senza lode.

Diversamente rispetto al disco d’esordio del 2015 degli Hollywood Vampires, il nuovo “Rise” è composto perlopiù da brani originali scritti dalla band. Ma ci sono anche, proprio a ricordare lo spirito originario degli Hollywood Vampires, 3 cover di pezzi celeberrimi: una versione di “Heroes” di David Bowie, eseguita da Johnny Depp, “People Who Died” della Jim Carroll Band e “You Can’t Put Your Arms Around A Memory” di Johnny Thunder, cantata da Joe Perry.

E con questo si concludono per me i motivi di interesse artistico di un album abbastanza privo di personalità particolarmente spiccata, nel complesso sfilacciato e disomogeneo, non in grado di stupire o lasciare il segno.

Incidentalmente questo è ciò che penso anche dell’intera carriera dello stesso Depp, attore fortunato ad aver partecipato a progetti di indubbia rilevanza, ma poco capace, di per sé, a fare davvero la differenza, sopratutto in tempi recenti.


Duff McKagan – Tenderness

“A little tenderness is what we need”, fa strano sentire queste parole uscire dalla bocca di Duff McKagan, uno dei componenti di quella vita di eccessi, fiumi di alcol e polvere bianca, di cui i Guns N’ Roses sono fra i rappresentativi esponenti. Invece, come si suol dire, il tempo porta consiglio, e sopravvivere ai propri demoni spesso fa rimettere le cose nella giusta prospettiva.

Dopo più di due decenni di sobrietà, Duff è oggi un padre cinquantenne, lontano dalla dissolutezza della vena punk che lo contraddistingueva, preferendovi ora una coscienziosa pacatezza sonora, che si riflette in tutti brani che compongono questo disco solista, che musicalmente si abbevera molto di più alla fonte del cantautorato folk americano.

Il risultato di “Tenderness”, terza sua prova solista, è in questo senso godibile, nella sua semplicità, e anche per mera valenza di cesura storica vale la pena dargli un ascolto, alla salute della vecchia scena glam-hair metal, lontana ormai anni luce da qui.


Saint Vitus – s/t

In ambito doom metal i Saint Vitus rappresentano una delle poche, vere istituzioni, un terminus ad quem, oppure benchmark, si direbbe oggi, fatto di enorme rispetto e credibilità, conquistata sul campo, grazie alla qualità della propria proposta.

Questo nuovo omonimo Saint Vitus arriva a 7 anni di distanza da Lillie: F-65, il quale a sua volta interrompeva uno iato di ben 17 anni. Il buon Wino ha lasciato nuovamente il microfono a Scott Reagers, che torna a distanza di quasi un quarto di secolo da “Die Healing” (1995).

Pur preferendo nettamente i Vitus impersonati vocalmente dal buon Weinrich, Reagers è comunque un singer inappuntabile, con un suo stile e un suo carisma, che trasferisce all’album con la necessaria epicità.

I brani si susseguono senza sussulti o grandi cali, e sebbene non sarà probabilmente annoverato fra i capolavori del gruppo, mi sembra possedere una marcia in più, rispetto al precedente “Lillie: F-65”.

Ma poi diciamo la verità, gli album di inediti per le band così storiche e stagionate (Iron Maiden, Metallica, Judas, ecc…) sono in primis e sopratutto l’occasione per rivederli in tour on stage, pazienza se poi la qualità delle nuove canzoni non è eccelsa, tanto non saranno mai a livello di un passato che è ormai entrato nel mito.


Jordsjø – Nattfiolen

Jordsjø è uno dei rari gruppi scandinavi che attingono alle vere tradizioni native della Scandinavia, senza farne mercimonio o risibile teatrino vikingo. La proposta genuinamente progressive della band di Oslo, nata dalla collaborazione tra Håkon Oftung (voce, flauto, chitarra, tastiere) e Kristian Frøland (batteria), muove dalla lezione fondamentale di Camel e Genesis, interpretando il coté folk con strumenti tradizionali, cantato in lingua madre e l’ovvio ricorso a miti e saghe norrene.

Il nome della band significa Terramare, ed è tratto dalla saga fantasy di Ursula Kroeber Le Guin, portata sullo schermo con un film di animazione da Gorō Miyazaki.

Nattfiolen” è di fatto il loro quinto album in studio e ribadisce il valore del loro prog sinfonico, robustamente virato di folk. Il sound materico, vellutato e cangiante della band è in gran parte merito delle incursioni flautistiche di Håkon, che, insieme all’organo hammond e ai synth analogici, si fondono con chitarre acustiche ed elettriche, per offrire un’esperienza coinvolgente, che riflette l’amore della band per i vecchi film horror, la musica synth degli anni ’70 tedesca, il jazz norvegese, i fuochi da campo, la musica folk svedese, i romanzi fantasy e i paesaggi incontaminati norvegesi, tutti elementi che in Nattfiolen emergono bene, con armonia e lucidità, facendo di questo disco uno dei più interessanti ascolti dell’anno, in ambito prog, e forse realisticamente non solo.


Baroness – Gold & Grey

Dopo un album abbastanza divisivo, come è stato “Purple”, non era immediato indovinare dove volesse andare a parare il buon John Baizley coi sui Baroness, ma bastano pochi minuti del nuovo, mastodontico “Gold & Grey” per capirlo. Muovendosi in continuità col recente passato, il gruppo della Georgia conferma la propria voglia di vintage rock, mettendo in secondo piano l’espressività prettamente metal, che caratterizzava decisamente le prime loro uscite, decretandone anche il successo.

Un plauso dunque al coraggio dei Baroness di esprimersi, abbracciando delle derive che, per il semplice fatto di essere alternative alla norma da essi stessi precostituita, fanno sempre perdere parte dei consensi.

Detto ciò questo doppio album rimane comunque prolisso, e sovrabbondante di materiale, fra cui è difficile orientarsi. La qualità certo non manca, ma richiede parecchia energia all’ascoltatore seguire i molti rimandi e citazioni a un certo modo di fare rock, barocco e solare, dotato di uno spiccato gusto melodico, al quale oggi non siamo più molto abituati.

Nei 17 brani presentati ce n’è per tutti i gusti, dal folk bucolico al power pop, mantenendo comunque occasionali incursioni nel riffing metallico, che riescono a produrre un senso di dinamica alternanza, facendo di “Gold & Grey”, se non proprio un capolavoro, una produzione notevole e soddisfacente, sotto tutti i punti di vista.

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