IT: chapter 2 🎈🤡🎈

“It” è uno dei grandi capolavori del re di Bangor, nonché, probabilmente, uno dei pochi grandi romanzi americani degli ultimi 30 anni. Che trasformarlo in un film non fosse facile lo si sapeva già, ci avevano provato negli anni ’90 con una poco convincente miniserie Tv in due puntate che, grazie alla riuscita interpretazione di Tim Curry, era comunque riuscita a diventare memorabile.

Il regista Andy Muschietti, pupillo di Guillermo Del Toro, si è approcciato a questa complessa operazione innanzitutto ricontestualizzando il film in tempi più moderni (gli anni ’80 e il presente invece che gli anni ’50 e gli anni ’80 del romanzo), ma sopratutto dividendolo in due capitoli. Il primo (con incassi che l’hanno reso il film horror più remunerativo di sempre) dedicato interamente alle vicende dei giovani Perdenti, il secondo recuperando almeno in parte l’artificio narrativo dell’intreccio fra passato e presente, via flashback.

Come già nella pellicola precedente il più grande pregio del nuovo film è nella cura riposta nelle ambientazioni e scenografie, dettagliate e molto evocative, quale vero omaggio alla fittizia, ma verosimile, cittadina di Derry. Quando i perdenti tornano nella loro città natale, 27 anni dopo, fanno in sostanza una sola cosa: ricordano. Hanno una serie di incontri separati con It, così come era accaduto da bambini, ma per il resto del tempo stanno insieme a raccontarsi gli episodi della loro infanzia, dimenticata e/o rimossa. I Perdenti adulti sono persone di successo, ma internamente gusci vuoti (non a caso nessuno ha avuto figli), perché senza avere coscienza di ciò che sono stati, non riescono ad accettare quello che sono ora.

In questo secondo capitolo la posta in gioco, sia narrativa che cinematografica, si è dunque inevitabilmente alzata, nell’attesa di un finale che, anche nel libro, è il momento più delicato e fragile (non a caso il semi-alias di King nel libro, Bill, è uno scrittore a cui vengono sempre imputati finali deludenti).

Le soluzioni adottate da Muschietti in generale funzionano a sufficienza, adattando al medium cinematografico e alle tecnologie moderne una narrazione che nel finale si fa astratta e fantastica (che King delineerà meglio e in tutta la sua totalità durante la stesura della saga della Torre Nera), richiedendo una notevole dose di volontaria sospensione dell’incredulità. Non c’è ovviamente spazio per tutto il corpus simbolico e immaginifico del libro, compresso e velocizzato in uno scontro finale che, paradossalmente, mi sembrava quasi un boss di Dark Souls affrontato in co-op, però c’è il rito di Chüd (sebbene completamente diverso dal libro), necessario a danneggiare It nella sua vera forma, quella metafisica dei Pozzi Neri.

Il rituale dei nativi consiste in uno scontro di volontà tra gli sfidanti e l’entità. Fondamentale è credere, essere convinti di poter sconfiggere il mostro. Volerlo fare con tutte le forze, non farsi scoraggiare, non perdere fiducia e unità, cioè dimostrare di aver capito, diventando adulti, quali sono le cose davvero importanti nella vita. Al termine dello scontro non c’è però la furiosa tempesta che distrugge tutta la città, che porta Mike a conclude che It e Derry fossero diventati un solo organismo.

La componente corale è ovviamente rimasta il tratto saliente del film, e in questo senso il Club dei Perdenti in versione adulta convince per il casting e la somiglianza alle controparti giovanili. A livello interpretativo, nonostante ci siano attori del calibro di James McAvoy (Bill) e Jessica Chastain (Beverly), sono la coppia Eddie (James Ransone) e Ritchie (Bill Hader) a regalare le performance migliori. Bill, Ben e Beverly appaiono invece più forzati e bidimensionali, soprattutto perché Muschietti e lo sceneggiatore Dauberman hanno completamente eliminato le sottotrame e i comprimari, che davano maggior spessore a questi personaggi e al loro complesso rapporto.

Ancor più del primo capitolo l’horror e il terrore mancano quasi del tutto. La costruzione della suspense, l’esasperazione del climax sono praticamente assenti. Si salvano solo alcune scene, come quelle della ricerca degli oggetti-simbolo di Eddie e Beverly. C’è più azione spiccia e più dialoghi, e anche le apparizioni del pagliaccio sono meno invasive. Menomale, perché il giudizio sulla sua realizzazione rimane negativo, sia per l’estremizzazione delle connotazioni orrorifiche (come sottolineato anche da una bambina nel film), sia per i pessimi effetti di morphing CGI, davvero inadeguati a una produzione di questo calibro.

Non è tanto un problema del ragno o del clown, entrambe sono personificazioni che, come spiega lo stesso King in “Danse Macabre”, hanno l’effetto dell’insetto dietro la porta: se è alto tre metri, la mia mente si tranquillizza perché poteva andare molto peggio, poteva essere alto trenta metri! It è un’entità mutaforma che proviene da una lovecraftiana altra dimensione, che assume le sembianze di un clown, ma non è un clown e allo stesso modo non è neanche quel ragno.

A proposito di budget è curioso invece notare come, nella stagione di massima popolarità delle serie TV, un’opera così densa e ricca, quantitativamente e qualitativamente, che si sarebbe ben prestata a un adattamento seriale, à la True Detective, ad esempio, sia stata compressa a forza in due pellicole cinematografiche, uscite a distanza di oltre un anno. Poco prima dell’uscita del film al cinema, il regista Andy Muschietti ha però annunciato la sua intenzione di realizzare un montaggio in un unico film dei due capitoli. L’idea è interessante, sopratutto se comprenderà dei director’s cut.

Stephen King come da tradizione compare in un cameo significativo e ben realizzato, a voler dare l’imprimatur definitivo al lavoro, che, a detta del regista, ha rispettato in buona parte i dettami voluti esplicitamente dall’autore. L’opera nel suo complesso non risulta infatti snaturata, ma rimane a galleggiare sulla superficialità, laddove era forse possibile osare qualcosa di più, in termini di approfondimento psicologico e messa in scena (ad esempio un maggior spazio al personaggio di Bowers e di Patrick Hockstetter avrebbe giovato).

Lungi dall’essere quel fiasco che diversa critica ritiene, It è solo un buon film d’intrattenimento, che scalderà gli animi (sia in senso positivo che negativo) sopratutto degli affezionati lettori, ma che peroò potrebbe possibilmente aprire a un nuovo modo di intendere e produrre cinematografia horror di consumo: più corposa e complessa, autoriale ed espressiva.

2 pensieri su “IT: chapter 2 🎈🤡🎈

  1. Grazie per questo ricordo : ora me lo cerco e me lo ri-guardo!
    Perché come tutti, anch’io scelsi di vedere tutti i film horror da piccolina… perché appunto, tutti dicono “bada bene di non guardarli se no, non dormi!” e ovviamente, i bimbi li sbirciano. Ma io, all’epoca, ero pregna di curiosità, ma ero talmente piccola, che ero più preoccupata a chiudere gli occhi, che a seguire ben bene…
    Allora mò me lo rivedo con mooolto piacere! bomh!

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