Opeth: una retrospettiva

Ormai universalmente conosciuti come una fra le band più importanti dell’attuale panorama metallico, gli svedesi Opeth (nome preso in prestito dal libro di Wilbur Smith “L’uccello del Sole”) hanno iniziato il loro viaggio musicale nel tipico modo vecchio stile in cui un paio di persone che suonano strumenti incontrano un paio di altre persone che fanno la stessa cosa, scoprendo gusti e obiettivi in comune, formando quindi una band. Nonostante la maggior parte degli esseri umani non abbia le capacità di comporre e interpretare musica a tale livello di complessità alla stessa età, il cantante/chitarrista Mikael Åkerfeldt aveva solo 16 anni, quando gli fu chiesto di unirsi alla band.

Quasi tre decenni dopo è lui il vero mastermind e forza trainante della band, a cui si deve gran parte del merito, innanzitutto concettuale, di quelli che sono ora ben 13 album, contando il nuovo “In Cauda Venenum”. Bypassando il corpse-paint black, il bigottismo sfrenato del prog tradizionale e lo stupore generale di molti dei loro contemporanei dell’epoca, gli Opeth si dedicarono sin da subito a forgiare un sound complesso e stratificato, a buon diritto successivamente etichettato come death progressivo.

Nel corso degli anni la band ha preso anche il tipo di decisioni che di solito fanno storcere il naso ai fan della prima ora, mettendo seriamente in pericolo il consolidamento della carriera, eppure gli Opeth sono riusciti a reinventarsi, affrancandosi dal sound prettamente estremo delle origini, virando verso un prog rock elegantemente vintage, solo apparentemente lontano anni luce da quel disco di debutto, “Orchid” (1995), da cui tutto ebbe inizio.

A prescindere dalle singole direzioni stilistiche via via intraprese, Åkerfeldt è rimasto un chiaro esempio di indipendenza artistica, portando gli Opeth nel raro novero di quelle band che ottengono consensi, successo e memorabilità. Ecco di seguito una piccola retrospettiva, che mette in ordine di gradimento strettamente personale la loro produzione, culminata al momento col nuovo “In Cauda Venenum”.


Heritage

Album fondamentalmente divisivo anche per i fan più fedeli del gruppo, “Heritage” è arrivato tre anni dopo quello che rimane forse il lavoro stilisticamente più sperimentale degli Opeth, cioè “Watershed” (2008), spartiacque di nome e di fatto. In realtà va detto che il cambio di direzione in “Heritage” ha sorpreso solo quegli ascoltatori che non avevano prestato attenzione a ciò che Opeth aveva fatto nei dischi precedenti, incorporando sempre più voci più pulite e strutture melodiche meno semplici. Ovviamente mal digerito dagli orfani del growl, “Heritage” non è un brutto album, ma non è neanche buono. Mentre la voce e l’Hammond B3 prestano il fianco alle critiche di eccessivo spazio al vintage prog, l’onesta verità è che “Heritage” è poco incisivo e coeso, palesando una messa a fuoco non ottimale.


Pale Communion

E solo tre anni dopo, gli Opeth ci riprovano, aggiustando la formula e i loro nuovi obiettivi prog, proponendo un album che suona più sincero e focalizzato, ma con la stessa lista degli ingredienti. La musicalità è superba. L’attenzione e la coesione ci sono. La voce è frontale e centrale, con melodie forti. Sono però molti gli spunti che rimandano a Camel, Goblin, primi King Crimson e Genesis, palesando un citazionismo che, per quanto piacevole, inizia a suonare derivativo. Non è perciò troppo inverosimile suggerire che “Heritage” sia il risultato di una band in uno stato di temporanea ansia da prestazione, che si avventura in acque completamente inesplorate, laddove “Pale Communion” fotografa la stessa band a suo agio nel nuovo ambiente, sebbene dimentichi del pathos e dell’espressività prima essenziali e preponderanti, gli Opeth 2014 paiono procedere aggregando come in un automatismo compositivo ampie sezioni strumentali variamente intricate oppure armoniche. Non mancano isolati sprazzi di indubbio valore (“River“) ma affondano in eccessiva autoreferenzialità e citazionismo.


Sorceress

“Sorceress” è al momento forse il migliore esempio compiuto degli Opeth del nuovo corso, con una band che suona finalmente a proprio agio nel calderone prog rock, lasciandosi alle spalle i momenti di transizione percepibili sui lavori precedenti, per concentrarsi sull’interpretazione il più possibile naturale e immediata di un materiale comunque sempre complesso e stratificato, malgrado ora privo delle sue connotazioni più estreme e metalliche, attestandosi come la testimonianza discografica più solida del decennio in questione. Riccamente illustrato dal sempre brillante e affascinante Travis Smith, “Sorceress”, dodicesimo album del gruppo di Stoccolma, ricalca gli stilemi compositivi tipici di Åkerfeldt, imperniati su un chitarrismo ricco di sfumature tonali e grande varietà di soluzioni ritmiche, che, al netto dei cambi di stile e line-up accaduti negli ultimi anni, rende sempre immediatamente riconoscibile il sound del gruppo svedese, malgrado manchi ora la distorsione pesante e il growl tipicamente death. Cangiante e delicato come il foliage autunnale, l’album pare ruotare attorno a figure e archetipi femminili e floreali, che influenzano le atmosfere suscitate dai brani, ammantandole di un incanto difficilmente identificabile, ma splendidamente catturato dai Rockfield Studios, che rendono ben distinguibili anche i piccoli dettagli negli arrangiamenti, di cui gli Opeth sono da sempre soliti infarcire i brani.


Ghost Reveries

In retrospettiva, “Ghost Reveries” palesa la fase di stanca e di insofferenza compositiva degli Opeth (non a caso coincisa con un periodo di vari cambiamenti di line-up), in seguito a una manciata di album che hanno esplorato in lungo e in largo il solco del death metal progressivo. Di fatto l’album è una grande raccolta di canzoni, con alcune eccellenze, ma compresse in un’attitudine more of the same che era chiaramente l’anticamera della rottura stilistica, qui anticipata dall’ingresso in pianta stabile di Per Wiberg (Spiritual Beggars) alle tastiere. “Ghost Reveries” non offre nulla di sostanzialmente nuovo o meraviglioso, ma funziona piuttosto grazie al mestiere, come un disco affidabile di una delle band più affidabili dell’heavy metal, ma che difetta di audacia e ispirazione.


Deliverance

Sebbene inizialmente concepito come controparte metallica all’acustico “Damnation”, per ragioni meramente discografiche “Deliverance” è stato pubblicato separatamente, cinque mesi prima. Il problema con la separazione dei due album è che ognuno perde un aspetto importante della sua funzionalità nel processo espressivo, così come originariamente inteso. “Deliverance” è ancora la raccolta di canzoni più pesante e diretta della band, in generale. Ci sono pochissimi momenti di aperture atmosferiche, e il mood generale dell’album è oppressivo e tetro. La sua implacabilità è un effetto ricercato, a cui doveva fare da immediato contraltare la sensibilità di “Damnation”, ma anche in sua mancanza è innegabile constatare la sua ineguagliata potenza complessiva, tramite alcuni dei riff più aggressivi mai proposti dalla band.


Watershed

Eccoci arrivati al già citato spartiacque discografico degli Opeth, un album che scolpisce nettamente un prima e un dopo, dal quale non si può prescindere, sia per collocare le diverse loro opere discografiche su un ipotetico continuum qualitativo, sia per cercare di comprendere le intenzioni della band, apoditticamente anticipate da quel “Damnation” che, per primo, fece subodorare le velleità squisitamente prog di Åkerfeldt, non a caso unico compositore accreditato. “Watershed” ha messo esplicitamente in discussione il primato della componente metal nell’economia sonora della band, esaltando il peso delle tastiere di Wiberg e del cantato pulito. Laddove band come Mars Volta avevano portato il prog-metal a nuove altezze di libertà espressiva, basandosi sulla grammatica post-hardcore, gli Opeth si sono occupati della messa in discussione del sound da loro stessi creato nei 10 anni precedenti, dimostrando come il coraggio compositivo, qualora ben calmierato dalla lucidità artistica, possa portare a felici commistioni sonore, che hanno il sapore elegantemente complesso dell’appagamento espressivo.


Orchid

Rilasciato cinque anni dopo la formazione della band, “Orchid” è altrettanto improbabile oggi come album di debutto, di come lo era più di due decenni fa. Per una band i cui giovanissimi membri erano ancora alle prime armi in studio di registrazione, “Orchid” suona come il prodotto di una macchina ben oliata e di grande esperienza. Progressivo, folk, black metal, persino ambient, “Orchid” non evoca la complicata goffaggine di una band che vuole disperatamente fare un album notevole. È la prima manifestazione musicale di un talento forgiato dal duro lavoro e dalla mancanza di freni inibitori, a livello compositivo. Pur palesando ovviamente diverse ingenuità interpretative e alcune insicurezze negli arrangiamenti, non ancora fluidi e impeccabili come da lì a poco sarebbero divenuti, quello degli Opeth è ancora oggi uno dei migliori esordi di sempre, in ambito metal e non solo.


Damnation

Concepito come la catarsi emotiva, meditativa e malinconica della violenza di “Deliverance”, “Damnation” è rimasto un album unico, nella discografia degli Opeth, il primo episodio, discograficamente documentato, in cui la band si è concessa la libertà di esporre unicamente il suo lato soft, sorprendendo per la bontà e la naturalezza dei risultati, fra i quali figurano ancora le ballad più belle mai composte dal gruppo svedese. Solo apparentemente più accessibile, “Damnation” è in realtà un’opera ad alto tasso emotivo, caratterizzata da arrangiamenti mai banali, per quanto più semplici e lineari, ma sopratutto dalla costruzione di atmosfere dense e ricche di significato, il cui apprezzamento ha forse aperto la strada alle successive derive più vintage oriented. Al di là di queste speculazioni resta l’attestato di un’opera che non è la mera versione acustica dello stesso sound, ma un’espressività totalmente a sé stante.


Morningrise

Considerando che il loro album di debutto era uscito solo un anno prima, “Morningrise” è un risultato ancora più sorprendente per gli Opeth. Anche se, a causa dei ritardi di rilascio, la band aveva già scritto la maggior parte del materiale di questo album al momento del rilascio di “Orchid”, il livello di crescita artistica e la capacità di adattarsi alle sfide compositive autoimposte sono impressionanti. Sebbene non sia un disco nel complesso migliore di “Orchid”, in realtà “Morningrise” gli è superiore per fluidità ed eleganza, dimostrazione della versatilità della band e della propensione a sposare il prog rock con il metal, dando struttura e senso compiuto a canzoni mastodontiche e temerarie, come i 20 minuti di “Black Rose Immortal“, capacità rara, che esula dal mero virtuosismo, facendo leva sull’istinto di trovare un filo melodico comune all’interno di una serie insolita e spesso complessa di transizioni.


My Arms, Your Hearse

La tua fine, per mano mia. Questo il significato definito da Åkerfeldt per “My Arms, Your Hearse”, uno di quegli album che ogni anno diventa più memorabile e imprescindibile, sia all’interno della discografia della band, sia per la scena metal in generale. Gran parte del merito deriva dal senso di coesione interna dell’album, che scorre da una traccia all’altra senza soluzione di continuità, sia musicalmente che a livello lirico. Primo concept album della band, “My Arms, Your Hearse” funziona come un vero e proprio racconto, una ghost story, per la precisione, il cui narratore altri non è che lo stesso Åkerfeldt. Ogni canzone termina con la parola che da il titolo al brano successivo, formando un puzzle perfettamente organizzato, misterioso e suggestivo, che alterna dinamicamente sezioni più atmosferiche ed evocative a passaggi diretti ed estremi. Rispetto ai due album precedenti è proprio in questa aumentata capacità di sintesi fra vari spiriti stilistici, la vera marcia in più dell’opera, che riesce a condensare in pochi minuti lo stesso imponente corpus musicale, prima diluito in minutaggi ben più estesi. “My Arms, Your Hearse” ha mostrato ampi miglioramenti nella prestazione di Åkerfeldt come vocalist, un’abilità che avrebbe continuato a sviluppare nei due album successivi, che non a caso ritengo la summa artistica della band svedese.


Still Life

Forse il concept album più profondo e complesso della band, “Still Life” è stato pubblicato appena un anno dopo “My Arms, Your Hearse”, e per molti versi ne rappresenta l’ovvia e naturale continuazione/raffinazione. Primo lavoro edito dalla prestigiosa Peaceville Records, “Still Life” ha anche fornito un’interessante opportunità commerciale per gli Opeth, in grado di contattare un pubblico ben più vasto e trasversale, senza operare il benchè minimo compromesso, in sede di scrittura. “Still Life” racconta di una nuova venuta di Cristo sulla terra (o di una figura ad esso sovrapponibile), ai giorni nostri, mettendo alla prova il protagonista con situazioni vecchie e nuove, a voler tracciare un filo rosso, quasi come un loop, nelle condizioni di vita della società umana. A parte l’estremo interesse suscitato dal concept, “Still Life” è pieno di brani assolutamente memorabili, che si pongono come obiettivo il portare al massimo tutte le componenti del sound della band, modellando le composizioni in ragione del risultato da raggiungere. Per questo motivo contiene alcune delle canzoni più volutamente dirette e tirate della band, insieme ad alcuni dei loro brani puliti più memorabili. in quello che divenne uno dei marchi più immediatamente riconoscibili della band.


Blackwater Park

Il quinto album in studio degli Opeth di primo acchito sembra essere il tipico prodotto della band svedese, senza pretese di esclusività. Ad un esame più attento “Blackwater Park” possiede invece degli elementi distintivi, che ne fanno, IMHO, il lavoro complessivamente migliore della band. A sei anni dal debutto discografico il gruppo ha massimizzato tutte le sue potenzialità di scrittura e arrangiamento, affermandosi anche e soprattutto in un contesto globale in quegli anni dominato e saturato dal nu-metal, scalando album dopo album le classifiche di mezzo mondo, grazie anche a contratti discografici via via più significativi e sostanziosi, dal punto di vista promozionale. Ma questi sarebbero solo meri dati statistici, se “Blackwater Park” non brillasse di luce propria, un diamante nero di raffinata perfezione, impreziosito a livello produttivo da Steven Wilson (Porcupine Tree), come primo esito di un felice sodalizio artistico, durato diversi anni.

Dall’opener “The Leper Affinity” alla grandiosità catartica e alla potenza pura della sua title track di chiusura, “Blackwater Park” ha tradotto la personalità artistica dei suoi creatori nel modo più completo e audace, senza alcun compromesso, suonando al tempo stesso più articolato e più essenziale, rispetto a certi barocchismi dell’album precedente, offrendo intense emozioni d’ascolto, senza essere stucchevole. “Blackwater Park” ruggisce e sussurra con istinto e ragione, dipanando le sue trame nei territori folk, death, gothic e prog, a seconda del risultato evocativo che intende perseguire, come solo i grandi album sanno fare, senza essere schiavo di etichette o condizionamenti, sia esterni che interni, facendo di ogni singolo brano un’esperienza a se stante, ma perfettamente coerente e funzionale al disegno complessivo. La magia di un equilibrio perfetto.

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