En Declin – A Possible Human Drift Scenario

Gli En Declin sono un gruppo dark-post rock nato a Roma nel 1996, artefici nella prima decade degli anni duemila, di un paio di album a mio parere ancora assai interessanti e notevoli: “Trama” (2005) e “Domino / Consequence” (2009), entrambi prodotti da Giuseppe Orlando (Novembre).

Il tratto saliente della loro proposta era il carico emozionale delle composizioni, intensi esempi di contaminazioni stilistiche, fra rock, dark, prog e musica elettronica, un ventaglio che ricorda, per certi versi, gli ultimi Anathema, o, meglio ancora, i loro concittadini Klimt 1918.

Dopo un silenzio discografico durato ben dieci anni, sorprendentemente il trio si rifaccia ora sugli scaffali con “A Possible Human Drift Scenario”, nuovo lavoro che, sin dai primissimi minuti, certifica l’ottimo stato di forma mantenuto/ritrovato dalla band, tramite una rinnovata energia in grado di aggiornarne il sound, pur senza snaturarlo.

L’aspetto malinconico e onirico tipico degli En Declin è sempre ben presente, ma rivestito ora di atmosfere serotine più metropolitane, che mutuano qualcosa dalla tradizione trip-hop di Bristol, per quanto riguarda i tappeti ritmici elettronici di sottofondo, ad opera di Marco Campioni.

Liquidi e ondivaghi, come una serata di nebbia autunnale, i brani di “A Possible Human Drift Scenario” hanno come comune denominatore l’interiorità dell’animo umano, e il suo complesso rapporto con la vita vissuta quotidianamente. Naturale interprete di questo divenire è l’espressiva voce di Maurizio Tavani che, arricchita al bisogno di effetti, riesce a comunicare la variabile distanza con cui spesso si percepiscono le cose.

Rispetto ai lavori precedenti questo nuovo corso degli En Declin risulta meno immediato ed aderente alla tradizionale forma-canzone, necessitando di più concentrazione e qualche ascolto in più, al fine di entrare bene in sintonia con la sua essenza, fatta anche di piccoli dettagli in sede di arrangiamento, che arricchiscono scheletri compositivi comunque mai banali (“The Becoming”, “Undressed”, “Social Legal Limbo”).

Sorprendente in questo senso anche la cover di “Another day in Paradise” (Phil Collins), posta in chiusura dell’album, che fa il paio con l’altrettanto ben riuscita “While my Guitar gently weeps”, sul disco precedente.

Fa molto piacere ritrovare dopo tanto tempo una band che non ha smesso di sperimentare ed evolvere il proprio sound, riuscendo a sorprendere sempre, con una proposta fresca e profonda, ben caratterizzata a livello di personalità e non ultimo ottimamente prodotta. Bentornati!

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